Anno nuovo. E si ripete l’annuncio antico e nuovissimo: Dio si lascia andare a diventare come noi, esposto pericolosamente all’umano. Grazie al Bambino il miracolo della vita continua
In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore. I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro. Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo (Lc 2, 16-21)
La Ragione e lo Spirito
I piedi (le mani) e il cuore (la mente): questo è il riassunto del vangelo di Luca, attraversato da una duplice postura esistenziale: il camminare e custodire, non indugiare e meditare.
Potremmo rileggere la storia e la cultura attraverso questo pendolo verbale: l’occidente della razionalità illuministica con tutto il suo strapotere tecno-scientifico e l’oriente contemplativo della spiritualità; la Ragione e lo Spirito; la tradizione cristiano-cattolica più sbilanciata nella costruzione del senso della Storia e quella ortodossa che predilige la familiarità con i linguaggi del Mistero (l’Eterno); la scrittura e l’oralità; la proiezione maschile alla conquista del mondo, con l’intento dichiarato di occupare lo Spazio (la guerra), e l’intimità femminile che confeziona il Tempo (pace); l’esterno e l’interno; la velocità e la lentezza (la lezione di Alex Langer); la superficie e la profondità (direbbe Baricco). Si potrebbe continuare, consapevoli che il binomio è volutamente stiracchiato, perché nell’avventura umana non si è mai dato solo bianco o solo nero, nemmeno nei vangeli.
Nemmeno Marta è sola azione né Maria è passiva contemplazione, per capirci: ci abbiamo costruito intere spiritualità e famiglie religiose.
I Vangeli e l'umano
La lunga premessa voleva soltanto restituire credito ai testi che abbiamo la fortuna di frequentare (se ancora lo vogliamo): se da una parte non dobbiamo considerarli come ingenue e infantili descrizioni agiografiche per risvegliare buoni sentimenti in chi non ha raggiunto l’età maggiorenne della ragione (pregiudizio che sta tornando di moda soprattutto nei salotti dei nuovi saperi à la page), dall’altra i vangeli hanno ancora tutte le carte in regola per documentare l’architettura dei fondamentali dell’umano.
Torniamo al nostro racconto: da una parte la narrazione evangelica ci presenta i pastori che, mossi dalla curiosità accesa dall’annuncio dell’angelo (“troverete un bambino adagiato in una mangiatoia”), partono senza indugio per verificare la notizia, dall’altra Maria che custodisce e medita nel suo cuore. In mezzo ci sono i “tutti”, cioè noi che ci stupiamo per l’avvenimento raccontato.
La vita, unico miracolo, canta Cristicchi
Dovremmo stupirci di cosa? Di un semplice bambino venuto al mondo? Forse ha ragione il cantautore Simone Cristicchi che nella sua quasi preghiera Abbi cura di me (Sanremo 2019) canta «la vita è l’unico miracolo a cui non puoi non credere». Forse è per questo che il cuore dei pastori, e il nostro con il loro, si accende di meraviglia all’idea che se esiste un Dio non può che condividere la vita degli umani. Così come sono. E che questa vita sia scelta, voluta, e non sopportata, che la carne dell’uomo sia ancora «cardo salutis» (Tertulliano), che il corpo non sia prigione dell’anima, che la Storia non sia solo il teatro degli orrori ma il grembo del nostro riscatto, dovrebbe semplicemente ancora commuoverci.
La meditazione di Maria è lacrime di gioia per l’inimmaginabile e l’impensabile: chi l’avrebbe detto che avremmo un giorno visto Dio mettersi nei nostri panni, scegliere la nostra prospettiva («try walking in my shoes», cantano i Depeche Mode: prova a camminare con le mie scarpe). Questo è il miracolo del Natale: Dio sceglie l’umano come prospettiva dalla quale traguardare il mondo. E noi non dovremmo forse stupirci ancora?
Dio che si inabissa nella vita infranta, dice Recalcati
Lo psicanalista Massimo Recalcati, del quale abbiamo da tempo imparato ad apprezzare le sue letture bibliche, afferma:
Il Natale celebra la festa della nascita di Gesù, del Dio che si fa uomo, che si inabissa nella vita infranta che è la nostra vita, la vita di tutti gli esseri umani. Il messaggio cristiano non è, infatti, quello di abbandonare questa vita per raggiungere un’altra vita, una vita che non conoscerebbe né nascita né morte, una vita senza tempo, perfettamente compiuta, eterna, sottratta all’inferno di questo mondo. Piuttosto è quello di continuare a nascere in questa vita, di nascere nuovamente, di non smettere mai di nascere. […] Nell’evento della nascita di Gesù il divino si abbassa e si svuota di ogni potere sovrannaturale per farsi uomo. È l’umiltà della stalla, della paglia, della mangiatoia, del fiato degli animali che riscalda il bambino venuto dal cielo. È lo sradicamento di una vita che non ha casa, alloggio, residenza, titoli, potere.
Nell’evento della nascita di un piccolo cucciolo d’uomo la verità dell’esistenza diventa volontà di vivere. Si deve scegliere di nascere per nascere davvero (Sartre). Nascere è qualcosa che anche Dio ha voluto vivere. Ed è quello che rivela ai pastori stupefatti e increduli. Non c’è niente di eccezionale a Natale, nulla di soprannaturale. Lo stesso atto del venire al mondo è la maniera con cui Dio ha deciso di parlarci. Di noi (si è umani se si sceglie di vivere). Ma prima ancora di sé (si è divini se la vita non la si tiene per sé).
Un Dio totalmente decentrato, così esposto sull’umano nessuno poteva immaginarlo. Impossibile rimanere indifferenti.
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