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Il potere impossibile: il Risorto rivoluziona l’urbanistica dell’anima

Don Matteo Cella offre un suo originale commento al vangelo di oggi, partendo dall’immagine che Gesù applica a sé: “Io sono la porta delle pecore”. Per i testi liturgici di oggi, quarta domenica di pasqua, “A”, clicca qui.

 

 

Con i muri è molto semplice

Sono segni di divisione: nascono dal bisogno di tenere le distanze, di escludere o confinare. La loro condanna è comprensibile. «Costruire ponti, non muri» diceva Papa Francesco definendo così delle priorità nell’urbanistica esistenziale del nostro tempo. Peccato che l’umanità, pur comprendendo il valore simbolico assolutamente negativo di un muro eretto a confine, ne sia appassionata edificatrice: il crollo del Muro di Berlino nel 1989 sembrava il definitivo abbandono delle logiche della guerra e la riconnessione dei popoli ma da allora ad oggi nel mondo sono comparsi 8000 Km di nuovi muri.

I più famosi sono quelli che separano i territori di Israele dalla Palestina e quello eretto tra Stati Uniti e Messico per impedire ai migranti di sognare una nuova vita. Ma ci sono barriere anche più vicine a casa nostra, pensate per impedire che la ricchezza degli europei venga compromessa da orde di poveri in cerca di futuro: tra Ungheria e Serbia o tra Spagna e Marocco. Sono segni dei tempi ma anche chiavi di lettura dell’animo umano. Condannarli è semplice, abbatterli molto meno.

E se pensiamo alle porte la situazione non migliora

La porta è un punto di passaggio, una connessione, una breccia istituita all’interno di una barriera. Ha in sé un messaggio positivo, è spiraglio di speranza. Eppure, gli uomini hanno saputo ideare delle porte espressione dei loro peggiori sentimenti, eretti a valori. Sono porte imponenti e di grande valore artistico. Ma tradiscono l’architettura dell’anima. Gli Archi di Trionfo per esempio: nel mondo ne esistono diversi esemplari. Tutti costruiti per celebrare la grandezza e il successo dopo la vittoria di una guerra: possono venire intesi come segni di pace, nascono con la fine di un conflitto. Ma sono figli del sangue versato, di invasioni e saccheggiamenti, di morti lasciati a terra e di pianti.

A Parigi ne esiste una versione contemporanea: un capolavoro di architettura e ingegneria progettato dal danese Johann Otto von Spreckelsen per il quartiere finanziario La Défense. Si colloca in linea con il più famoso Arc de Triomphe e vorrebbe essere segno di pace e fratellanza: è stato inaugurato il 14 luglio del 1989 nel bicentenario della Rivoluzione Francese. Una grande opera che ha in sé una grande ambizione simbolica. Ma è anche il segno di una grande l’ambiguità: la fratellanza si esprime nel luogo dove mettono la loro sede multinazionali e finanziarie. Ieri come oggi sono sempre i padroni del mondo a volersi intestare il successo e ad accaparrare a sé il futuro dell’umanità.

Al tempo di Gesù la porta di riferimento era quella del Tempio di Gerusalemme

Guarda caso, opera monumentale maestosa e segno di salvezza. La porta del tempio è l’ingresso all’esperienza di incontro con Dio, è accesso alla sua misericordia. Attraversarla per molti ebrei significava avvicinare le proprie speranze e i propri bisogni al cielo: c’era chi portava un carico di gratitudine per il bene raccolto, chi portava preoccupazioni e bisogni e cercava aiuto, c’era sicuramente chi aveva un forte senso dell’assoluto e viveva esperienze spirituali intense insieme a devoti per abitudinee ereditieri di tradizioni semplicemente antiche. Tutti passavano dalla porta del Tempio per ammirare l’altra porta, quella inaccessibile del Santo dei Santi. Lì solo il sacerdote poteva passare. Tutta questa sacralità – affascinante e discutibile – era diventata proprietà privata di una classe sacerdotale che dominava il fenomeno religioso a proprio vantaggio – anche economico – e secondo le rigidità di un pensiero imposto alla gente come “pesante fardello”.

Gesù si scontra con queste persone. La sua contestazione è radicale: non si accontenta di criticare un modo di fare o di denunciare la corruzione. Per Gesù quel mondo è finito, il Tempio stesso è crollato. L’esperienza di Dio non è più dettata dai ritmi dei sacrifici ma è paternità e misericordia offerta gratuitamente a tutti. Il luogo dell’incontro con il Padre non è racchiuso da immense e affascinanti pietre ricoperte d’oro. Per il Signore, non ci sono più regole opprimenti come l’interpretazione data al Sabato da imporre alla gente perché si possa sentire ‘giusta’. Il volto di Dio cambia, la fede cambia, la salvezza cambia. Il suo corpo – corpo crocefisso e risorto – è il nuovo Tempio, la nuova Alleanza, il nuovo cibo spirituale.

Il Vangelo di Giovanni restituisce l’immagine della porta scelta da Gesù sia per esprimere l’orizzonte della sua missione, sia per rendere riconoscibile la sua identità. «Io sono la porta delle pecore». Questa porta apre all’incontro, compie la vocazione di ogni varco – apertura – soglia. Gesù si pone come una presenza affidabile. Parla con una voce riconoscibile. Vince ogni forma di estraneità. Nel suo nome non è ammessa nessuna imposizione, violenza o inganno: quelli sono i tratti riconoscibili in coloro «che sono venuti prima di me, sono ladri e briganti» (invito a un continuo esame di coscienza per tutte le autorità, a partire da quelle religiose).

Ciò che rende affascinate l’immagine di Gesù-porta è che soprattutto serve per uscire

La direzione è quella della partenza, della liberazione. Tutti i potenti della storia – imperatori, ricchi, sommi sacerdoti – si sentono forti perché possono dire a qualcuno “avvicinati, entra”. Sanno il timore che incutono e godono nel mostrarsi benevoli. Anche la bonarietà si fa strumento di imposizione.

Gesù non attira a sé perché qualcuno si pieghi ai suoi piedi. Piuttosto lui si piega nella postura del servo. Gesù si descrive come porta da attraversare con libertà per avere libertà: «Io sono la porta: se uno entra attraverso di me, sarà salvato; entrerà e uscirà e troverà pascolo». La sua presenza da vivente – Risorto – non è per imporre un nuovo regno da celebrare in maniera trionfale e così potente da imporsi su tutti gli altri regni. Il Risorto è la negazione stessa dell’idea di potere: è l’autorizzazione a entrare e uscire cioè ad avviare continui cammini di esodo.

Ora l’unica forma di autorità credibile è quella di chi genera e lascia vivere, quella di una donna che diventa madre: «Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza».

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