Spunti di riflessione sul vangelo di domenica 16 giugno, undicesima del Tempo Ordinario “B”.
Il Vangelo è Marco 4, 26-34.
Per leggere i testi liturgici clicca qui
Dio è in mezzo agli uomini. Il suo Regno è incominciato. Ma i suoi tempi sono lunghi e non sono misurabili con i criteri correnti. E poi lo si vede poco, come un seme minuscolo, che solo "dopo" diventa pianta e può ospitare gli uccelli che vi fanno il loro nido.
Il Regno è “di Dio”
Le due parabole di oggi dicono una prima verità, scontata e disattesa. Non siamo noi a costruire il Regno. La prima parabola ce lo dice molto efficacemente. Una volta gettato, il seme non ci appartiene più: appartiene alla terra. Il Regno di Dio è di Dio, non è nostro. E, di conseguenza, anche i tempi di Dio non sono i nostri. L’immagine della parabola, infatti, ci ricorda che, dopo la mietitura, dopo la semina, in attesa di un’altra, futura mietitura, arriva il tempo della pazienza, di una lunga pazienza.
Mentre attendiamo il Regno, infatti, sappiamo molto bene, con tutte le smentite della storia, che il Regno non c’è ancora. Poi, però, durante quella lunga attesa, qualche volta, ci troviamo di fronte a sorprese di bontà, di generosità, di perdono… che proprio non ci aspettavamo. A quel punto, ci prende la meraviglia di fronte alle novità straordinarie, così straordinarie che, ancora una volta, arriviamo a comprendere che il Regno che stiamo aspettando, davvero, non è opera nostra.
Il Regno di Dio e le nostre impazienze
Tutto questo ci fa riflettere sulle nostre molte, frequenti impazienze. Sono soprattutto di due tipi. Ci sono i credenti iperattivi che fanno, fanno, fanno… Sono loro che mettono l’enfasi su termini come responsabilità, azione, impegno, combattimento, testimonianza, presenza… Solo che, più l’enfasi su quei termini cresce, più danno l’impressione che il Regno di Dio dipende da chi è responsabile, da chi agisce, da chi si impegna, da chi combatte, da chi dà testimonianza, da chi è presente… e che il Regno di Dio, alla fine, dipende più da loro che da Dio.
Oppure, seconda tipologia degli impazienti, ci si scoraggia, ci si lascia prendere dalle debolezze e dai peccati della Chiesa… Non c’è nulla da fare, troppo male attorno a noi. Diverso l’atteggiamento di questi dall’atteggiamento degli iperattivi. Ma è uguale la premessa: tutto dipende da me e quindi mi do da fare. Tutto dipende da me, ma non succede nulla e quindi decido di non fare più nulla.
Avere fede vuol dire essere capace di immaginare la spiga piena e la pianta grande dopo l’unico grano e dopo il seme piccolissimo. In fondo Gesù è l’immagine più bella di questa verità. Più di trent’anni di vita nascosta… Quanta lunghissima pazienza!
“Non si fanno crescere le radici tirando la pianta per le foglie… non si fa sbocciare il fiore schiacciando il bocciolo” (Robert Scholtus).