Il confine che salva. Per chi cerca una giustizia che accorcia la distanza, Quindicesima domenica del tempo ordinario. Per i testi liturgici clicca qui.
Carissimo, carissima,
ci sono parole che tornano come onde. Non perché siano nuove, ma perché, a un certo punto, si fanno vive. Ti battono dentro, e capisci che stavano aspettando te. A volte ritornano da lontano, da una parabola ascoltata mille volte. Altre, da un passo del Vangelo che improvvisamente si fa strada in un momento preciso della nostra vita. Ultimamente, mi tornano spesso due scene del Vangelo che sembrano non parlarsi e invece si richiamano profondamente. Una è una parabola. L’altra, un comandamento nascosto.
Il Samaritano ferito
La parabola del Samaritano la conosciamo bene. Ma forse qualcosa ancora ci sfugge… Gesù la racconta per rispondere a un maestro della Legge che gli chiede: “Chi è il mio prossimo?”. E Gesù, come spesso accade, non risponde alla domanda, ma la rovescia: non chiederti chi è il tuo prossimo — come se fosse una questione di confini, di categorie — ma chiediti di chi tu sei prossimo. “Di chi io scelgo di farmi vicino?” Non partire dal bisogno di definire l’altro, ma dal desiderio di renderti vicino. Un rovesciamento totale: non identificare il prossimo, ma diventarlo. Anche qui si è in viaggio.
Chi si ferma a soccorrere l’uomo assalito, ferito dai briganti e lasciato mezzo morto sulla strada? Non il sacerdote. Non il levita È un uomo in cammino che si ferma, che si lascia toccare: un samaritano, un nemico, un eretico per chi ascolta la parabola. A fermarsi è uno che non era previsto, anzi: uno che, per il ferito stesso, poteva apparire un nemico. È lui a farsi vicino, a interrompere il viaggio per farsi incontro.
Cosa lo muove? Non il dovere, non la legge. Forse ha sentito nella carne dell’altro la memoria delle sue stesse ferite. Forse si è rivisto, in quell’uomo mezzo morto. Forse si è lasciato toccare perché anche lui, un giorno, era stato a terra, mezzo morto, e qualcuno lo aveva rialzato. È la ferita dell’altro a fermarlo. La riconosce come sua. L’ha già vissuta. E nella ferita si apre la verità dell’incontro.
Lì si apre la compassione, si fa strada un’altra verità. Lì, la giustizia ha voce. Non come vendetta, ma come desiderio di ricucire ciò che è stato strappato. Non come punizione, ma come riconoscimento. Non nella forza, ma nella vulnerabilità. Perché è quando siamo feriti che sentiamo con forza l’attesa di giustizia. E quando feriamo, se abbiamo cuore, sentiamo il bisogno di riparare. È questo il cuore della giustizia riparativa: non un verdetto, ma un incontro; non una sentenza, ma una cura reciproca; non la fine, ma un inizio possibile.
Lascia lì l’offerta… poi torna
Poi c’è l’altro detto di Gesù. Lo dice nel discorso della montagna, ma io lo sento come parabola incarnata: “Se presenti la tua offerta all’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te… lascia lì il dono, va’ a riconciliarti.” Gesù non dice: “se hai qualcosa contro tuo fratello”. Dice: se tuo fratello ha qualcosa contro di te. anche qui Gesù opera un rovesciamento di prospettiva: Tu, fai il primo passo. Anche se costa. Anche se eri già arrivato a Gerusalemme -dettaglio non di poco conto - dove solo c’è il tempio; anche se hai fatto un lungo viaggio, foss’anche dalla Galilea passando per la Samaria. Torna indietro. Perché? Perché alla riconciliazione si giunge per la via lunga, non per quella più breve.
Ricomincia da chi hai ferito. O da chi pensa di essere stato ferito da te. Questo è “fare giustizia” secondo il Vangelo: «Va’ e anche tu fa lo stesso». Come mediatori continuamente ci ripetiamo che la giustizia riparativa non è una scorciatoia. È una “lungatoia”, fatta di cammino, libertà, verità. Non sacrifica l’altro, ma il tuo orgoglio.
Perché l’ingiustizia la sentiamo subito quando ci tocca. È come un taglio nel legame, e ci grida dentro quale giustizia ci aspettavamo davvero. Una giustizia che non si accontenta di rimettere le cose a posto formalmente, ma sogna legami veri, dove ci si prende cura, ci si rispetta, si è responsabili gli uni degli altri. E allora comprendiamo che nessun culto è vero se non nasce da una relazione ricucita. Nessun culto può essere separato dalla vita. Nessuna offerta può scavalcare il volto dell’altro. Nessuna preghiera può prendere voce se non perché desidera essere riconciliata. Fai dunque ciò che il culto significa. Lascia lì la tua offerta, la vita diventi un’offerta viva…
Offrirsi, non sacrificarsi
Il samaritano non si sacrifica, si offre, non si immola. Si piega. Non fa l’eroe. Resta umano. È culto vivo: non all’altare, ma sulla strada. Non nel tempio, ma nella polvere. Questa è la terza soglia del nostro cammino d’estate: diventare offerta viva, spirituale. Non rituale. Non teatrale. Offerta viva di vicinanza. Di tempo. Di presenza. Farsi prossimi nella libertà del dono accorciando la distanza tra me e l’altro. Toccando le ferite con delicatezza e rispetto. Chi mi ha raccolto, quando ero a terra? Chi oggi attende che io faccia il primo passo? A chi posso restituire giustizia non con le parole, ma con una presenza che cura? Il mondo ha bisogno di vite offerte. Che si fanno carico. Che rialzano. Che riparano.
Forse è proprio questa la giustizia che cerchiamo: quella che ha il volto dell’altro, che nasce da una ferita toccata e riconosciuta. Una giustizia con la G maiuscola, quella che vorrebbe i nostri legami all’insegna della verità, del rispetto, della cura. Quella che rimette in piedi che non si ferma alla colpa, che guarda oltre il male compiuto o subito, e tenta — umilmente — di ricucire senza umiliare, di rialzare l’umano. Una giustizia che non separa il culto dalla vita, e fa dell’offerta un dono di sé, non una moneta di scambio.
Un gesto da custodire e lasciar agire
Fermati un momento, sul ciglio della strada. Chiediti: Quando ho fatto io il primo passo? Dove posso oggi scegliere la relazione al posto del rancore? Scrivi il nome di qualcuno da cui ti senti lontano. Non per risolvere tutto, ma per riaprire la via. Non per sacrificarti ma per offrirti. Un gesto basta, se è vero. Un’offerta che non sacrifica, ma ricuce. Perché l’umano si rimette in moto solo là dove si accorcia la distanza tra le ferite. E la giustizia si tocca nella prossimità.
Con te, dove il passo si fa incontro.
«Riconosciti nell’altro»
Non cercare colpevoli,
cerca ferite.
E guardale da vicino.
Non servono sbarre,
ma specchi
che non mentano più.
Non c’è giustizia
senza memoria.
Non c’è riparazione
senza verità.
E la verità non punisce:
convoca.
È un uomo a terra
che ti somiglia.
Un torto che parla
la tua lingua.
Un gesto mancato
che ti riguarda.
Chi ha ferito,
forse è stato ferito.
Chi ha taciuto,
forse non è stato ascoltato.
Non giustificare.
Non condannare.
InConTra.
Riconosciti nell’altro
prima che sia troppo tardi.
Prima che il male abbia l’ultima parola.
E se il cuore ti trema,
lascia che tremi.
È da lì
che passa la giustizia.
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