Siamo gente che fugge sempre verso un altrove. Il paese degli spaesati è sempre più numeroso. Ma, ci assicura il Vangelo, una casa a nostra disposizione esiste sempre.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no, vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”? Quando sarò andato e vi avrò preparato un posto, verrò di nuovo e vi prenderò con me, perché dove sono io siate anche voi. E del luogo dove io vado, conoscete la via».
Gli disse Tommaso: «Signore, non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via?». Gli disse Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me. Se avete conosciuto me, conoscerete anche il Padre mio: fin da ora lo conoscete e lo avete veduto».
Gli disse Filippo: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Gli rispose Gesù: «Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre. Come puoi tu dire: “Mostraci il Padre”? Non credi che io sono nel Padre e il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico da me stesso; ma il Padre, che rimane in me, compie le sue opere.
Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse.
In verità, in verità io vi dico: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi di queste, perché io vado al Padre» (Gv 14, 1-12)
Spaesati
Ece Temelkuran è una scrittrice, giornalista e attivista di origine turca. Oggi vive in esilio in Europa: nel 2011 è stata licenziata dal giornale per il quale scriveva per aver espresso critiche nei confronti del governo di Erdogan. Ha denunciato i massacri a danno dei Curdi sul confine tra Turchia, Siria e Iraq: la sua libertà di pensiero le è valsa l’apprezzamento internazionale insieme a numerosi premi ma anche l’opposizione della politica turca.
Il suo ultimo libro si intitola Stranieri come te. La nazione degli esclusi nel nuovo millennio (Bollati Boringhieri, 2026). Scrive così:
Le guerre, le diseguaglianze, i disastri climatici e l’umano desiderio di essere semplicemente liberi spingono migliaia di persone ogni giorno a cercare un nuovo inizio in terra straniera. Sta prendendo forma una nazione di stranieri, di persone che hanno perso la propria casa, che vivono «spaesate», e che per un motivo o per l’altro non possono tornare in nessun luogo».
È il nostro tempo: l’epoca in cui tutti si sentono costretti ad andare altrove. Chi parte per cercare lavoro e libertà, chi scappa da guerre e miseria, chi viaggia tra i continenti per fare affari, i giovani che si sentono costretti ad andare altrove – dove le opportunità sono migliori e i talenti valorizzati. Si parte o si desidera farlo. Si desidera fuggire dalla condizione che ci descrive, qualunque essa sia: il lavoro che facciamo o la famiglia che abbiamo formato, la chiesa che frequentiamo o il partito che abbiamo votato. Si parte, o meglio si dovrebbe dire: si fugge. E c’è una certezza: ciò che si lascia. Ma c’è assoluta confusione su quel che si potrà trovare. Infiniti sono gli ostacoli e gli oppositori perché l’altra grande verità della nostra storia è la propensione a escludere. Barriere, porte chiuse, parole di discredito e di rifiuto sono disponibili in quantità.
A questa umanità spaesata, come risuona l’immagine del Dio-migrante usata da Gesù per raccontare il senso della sua presenza nel mondo? Il Signore che “va a preparare un posto” per gli uomini che non hanno casa viene percepito come figura che ben rappresenta il cammino della contemporaneità e accende la speranza di una meta o resta estranea e incomprensibile? Oppure, peggio, si confonde tra le fatiche del cammino di chi abita la storia?
La soglia
Le vicende di chi non ha luogo dove tornare sono spesso cariche di speranze, dignità e valori. Ma anche gravate da enormi sofferenze e vuoti non colmati, da relazioni troncate e separazioni forzate. Sono storie che ricordano a tutti una verità che vorremmo – ma non possiamo – ignorare: “Non siamo a casa”. Quello dell’uomo nel tempo è un cammino imperfetto, fatto di tentativi e di precarietà, con una bussola che sembra funzionare solo di tanto in tanto e minacce spaventose che emergono dalle tenebre.
“Non siamo a casa” non significa però che una casa non ci sia. “Vado a prepararvi un posto” – dice Gesù – “perché dove sono io siate anche voi”. L’annuncio è questo: una casa esiste, è pronta ad accogliere, c’è spazio per tutti, lì qualcuno è in attesa del nostro arrivo. E questa casa è una relazione nella quale si è conosciuti e si conosce. È vita, vita buona, pronta per noi. È finalmente una risposta alla dispersione e allo smarrimento.
È riduttivo pensare che “la casa” sia solo ciò che oltre il nostro tempo, oltre la soglia invalicabile della morte, oltre la dimensione della nostra materialità e corporeità. Il Dio di Gesù, il Padre del cielo, non è un estraneo alla storia che aspetta il ritorno dei suoi figli dispersi nel tempo. Piuttosto è una relazione viva, un legame generativo e sincero come l’affetto e l’appartenenza che lega un padre a un figlio. La casa non è un paradiso tra le nuvole ma un legame reale: è un Dio non più estraneo che autorizza a vivere nell’esilio ma non da spaesati.
Tra il II e il III secolo, un cristiano di cui non conosciamo il nome ha scritto una riflessione sulla fede rivolta a un tale Diogneto. Il suo scritto, rinvenuto in modo del tutto casuale nel mercato del pesce di Costantinopoli a metà del 1400, è ritenuto uno dei documenti più illuminanti per comprendere le radici della fede dei cristiani e la novità introdotta nel mondo da Gesù. Al capitolo quinto si legge così:
I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. […] Abitano in città sia greche che barbare, come capita, e pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e, per ammissione di tutti, incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. […] Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo».
La via
Quello raccolto dai cristiani non è un generico messaggio di speranza. I discepoli del Maestro di Nazareth non attendono il compimento alla fine dei tempi come se il “giorno per giorno” fosse un’inutile attesa. Per chi ha scoperto la forza del Vangelo, la storia dell’uomo non è paragonabile al tempo noioso che si è costretti a trascorrere quando si è fermi alla pensilina, in attesa di un autobus perennemente in ritardo.
Gesù è “la via”: il suo stare nel mondo da “Figlio dell’uomo e Figlio di Dio” è la strada percorribile perché ogni cosa abbia senso e valore. Se la pienezza non è di quaggiù, tutto può essere un passo nella direzione giusta. Accettare la precarietà della storia, digerire di dover mutare, sopportare le partenze e dare credito alla faticosa ricerca del bene non è sono una perdita e motivo di smarrimento: il nostro tempo, il tempo della nostra vita, è cammino nella ‘via’, sui passi dell’eterno che si fa cronaca per noi. Il Risorto non è il “fuori dal tempo” ma “colui che l’ha vissuto fino in fondo”. Stai sulla via, stai nella vita.