Commento al vangelo dell’Ascensione del Signore. Spunto da Nick, l’australiano nato senza braccia e senza gambe. Non si è buttato a terra, ha tenuto duro. La situazione degli amici di Gesù, “a terra” dopo il dramma e Gesù che li rimette in moto.
Devi decidere chi sei
Nick è padre di Kiyoshi James, Levi, Olivia Mei ed Ellie Laurel ed è marito di Kanae Miyahara. Ha scritto libri, partecipato a molti show televisivi e tenuto numerose interviste. Nel corso della sua vita ha calpestato centinaia di palcoscenici e ha girato il mondo. Il suo ruolo di protagonista in un cortometraggio del 2009 l’ha reso celebre. Sa parlare in maniera molto convincente davanti a masse di persone ed è ritenuto uno dei migliori motivatori esistenti. Eppure, tutti lo ricordano più che per quel che ha e che sa fare, per ciò che gli manca: Nick Vujicic è l’uomo australiano nato con la tetramelia ovvero una rara malattia che l’ha privato degli arti. Non ha braccia né gambe. Solo piccoli piedi.
Per lungo tempo la sua vita è stata segnata dal confronto con le privazioni e si è detto «Non potrò mai giocare a pallone come gli altri, andare in bicicletta o in skate. Non c’è uno scopo nella vita per me». Si è sentito diverso e sbagliato, privato senza ragione di ciò che tutti hanno. È stato vittima del bullismo dei compagni di scuola e ha desiderato il suicidio in giovanissima età. Racconta la sua esperienza come l’essersi trovato di fronte a un bivio: lasciar perdere o tenere duro; cedere al giudizio degli altri o decidere chi poter essere; essere arrabbiato per quel che non si ha o grato per il poco che c’è.
È riuscito ad affermare: «Io amo la mia vita!». Nick ha scoperto che per molte persone vivere è come sentirsi con la faccia a terra, privi di gambe e braccia per potersi rialzare. Ma tentativo dopo tentativo, un passo alla volta, fallimento dopo fallimento ci si può rialzare: «C’è ancora speranza».
Non è la fine finché non ti arrendi
Nel vangelo, con la faccia a terra sono le donne che abbracciano i piedi di Gesù. Tornano dal sepolcro che hanno trovato vuoto: corrono per raggiungere gli apostoli e raccontare loro dell’annuncio sconvolgente della Pasqua. Il Signore gli viene incontro – cammina nella loro direzione – e loro si prostrano a terra. La stessa postura sarà degli undici una volta raggiunto “il monte”, in Galilea. Alla vista di Gesù si prostrano. E dubitano. (Quanto dev’essere stato difficile per l’evangelista concludere il suo racconto con questa constatazione…!).
La tentazione di fermarsi è troppo grande. L’uomo cede, si rende passivo, si annienta. Perfino chi ha fatto esperienza di Gesù e ha accolto il suo messaggio rischia di mettere “la faccia a terra” e abbracciare i piedi. Non è solo passività, rinuncia, insicurezza o rassegnazione: è religiosità. La potenza del dono di sé, il coraggio di farsi servo, la rivoluzione della misericordia e la novità delle beatitudini si riducono all’adorazione devota dei piedi del Maestro. Di lui si vedono solo le impronte e si ignora tutto il resto: il volto, il corpo, la voce. Ci si accontenta di un dettaglio e lo si prova a trattenere anziché lasciarsi coinvolgere dal suo continuo movimento. Si incornicia un fotogramma anziché continuare a girare il film della vita nuova.
Sei fantastico così come sei
Quando la gente ha il cuore spento banalizza la bellezza dell’altro e arresta il suo cammino. Ma Gesù si oppone al rischio, grave, che l’uomo corre: annullare sé stesso e delegare la possibilità del bene solo ad un altro. Proprio lui che ha saputo farsi piccolo e ha toccato il punto più basso dell’esperienza umana, lui che è stato umiliato e rinchiuso dietro l’enorme pietra del sepolcro non smette di essere “in piedi e in cammino”, nel movimento della speranza e non nella passività dell’adorazione. E chiede ai suoi lo stesso dinamismo. Non lascia le donne prostrate a terra o avvinghiate ai suoi piedi: le manda a chiamare “i fratelli”. Non permette agli apostoli di godere il momento di gloria sul monte, in Galilea: li invia “a tutti i popoli”. Non consente che noi ci arrotoliamo in comode devozioni: ci invita a “osservare ciò che ha comandato”. Gesù è il Risorto perché è ancora il Maestro in cammino che mette in cammino. La sua è la presenza che fa fare “un passo alla volta”: è la spinta che consente a Nick di dire che «Non è la fine finché non ti arrendi» e che trasforma gli undici da increduli a testimoni.
Amo la mia vita perché ho capito il mio scopo
Il monte di Galilea è come il Sinai: un posto dove raccogliere una nuova legge. È un monte come il Nebo: il punto giusto per vedere l’orizzonte. Il monte di Galilea è Gesù stesso – comandamento d’amore – che rimane nel mondo per muovere i passi dell’uomo. La sua presenza è autorità che consegna una missione: andare incontro a tutti i popoli. E offrire loro l’immersione nell’amore.
Il monte è lui, presenza fedele, che autorizza a continuare il suo cammino “tutti i giorni, fino alla fine del mondo”.