La nostra collaboratrice Jessica Todaro ha fatto un viaggio in Zambia, dove lavora Gian Marco, suo futuro marito. Le abbiamo chiesto qualche annotazione personale e qualche immagine
Il calcio come strumento di educazione e promozione umana

Come ogni anno, per le ferie estive ho raggiunto il mio (tra qualche mese) marito Gian Marco in Africa. Lui è un educatore sportivo, che lavora in contesti di fragilità, quali il carcere di Busto Arsizio e le baraccopoli di diversi paesi africani, utilizzando il calcio come strumento educativo e di emancipazione.
Negli ultimi anni Gian Marco lavora al progetto We Football, che si occupa in paesi come lo Zambia e il Kenya dell'avviamento di accademie di calcio per ragazze e ragazzi di strada, che vengono formati come atleti e allenatori, e soprattutto si vedono offrire la possibilità di acquisire competenze personali e professionali per realizzarsi e abbandonare la vita di strada, dove molto finiscono appena bambini.
Presenze e ambiguità
Come in tanti paesi africani, in Zambia il cristianesimo è onnipresente nella vita quotidiana, molto più che in Europa, con parrocchie ogni dove, preghiere pubbliche e riferimenti a Dio. Se da una parte questo rafforza il senso di comunità, introduce momenti di valorizzazione della dignità della persona e offre speranza anche nelle situazioni più dure, d'altra parte non mancano le inevitabili contraddizioni, dove la corrottissima classe dirigente promuove un uso strumentale e ritualistico della religione, con predicazioni che promettono benessere futuro silenziando il malcontento presente, mentre intorno dilagano povertà, disuguaglianze e corruzione.
Inoltre, in nome di una falsata e conservatrice "moralità cristiana”, spesso si alimentano forme di discriminazione, in particolare verso la comunità LGBTQIA+, che resta fortemente stigmatizzata. È una fede viva e tangibile, ma che, muovendosi in un contesto complesso, dove deve ancora integrarsi e amalgamarsi con le varie tradizioni culturali preesistenti, richiede molto discernimento e coscienza critica.
Cooperazione e missioni: che nessuno rimanga indietro
"Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me" (Mt 25, 40)
Ci sono luoghi nel mondo dove la speranza sembra un privilegio per pochi. Dove nascere in povertà significa partire da una linea di partenza già troppo distante da ogni traguardo.

Eppure, proprio in questi angoli remoti, nascono i segni più autentici e vibranti di riscatto. Il lavoro svolto da realtà come We Football e dai suoi partner locali, come il progetto Cicetekelo Youth Project (che con la Comunità Papà Giovanni XXIII accoglie centinaia di ragazzi di strada e offre loro una preziossima alternativa), è la prova concreta che nessuno è davvero troppo lontano per essere raggiunto.
We Football trasforma il calcio in un ponte: tra infanzia e futuro, tra emarginazione e appartenenza, tra il bisogno e l’opportunità. Allo stesso modo, Cicetekelo accoglie ragazzi di strada, offrendo loro una casa, un'educazione, una possibilità di ricominciare. In entrambi i casi, si parte dallo stesso principio: nessuno deve essere lasciato indietro.

C'è un valore sacro e immenso in ogni bambino strappato alla strada, in ogni sorriso restituito, in ogni sogno risvegliato.
Portare speranza nei luoghi più dimenticati è forse il gesto più radicale del messaggio evangelico - quello della chiesa di strada di cui ha tanto parlato Bergoglio. Non si tratta solo di dare: si tratta di crederci. Credere che il bene attecchisce ovunque venga seminato con pazienza. Credere che la luce arriva anche dove sembra impossibile. Credere che ogni persona, per quanto fragile, ha una vocazione alla pienezza.
Non servono gesti eroici, ma costanza, presenza, e uno sguardo che dice: tu sei importante, tu non sei invisibile, tu vali.
Perché finché c’è anche una sola persona abbandonata, il nostro cammino di umanità resta incompiuto.
Lavorare con "gli ultimi" non è beneficenza, ma ricerca della giustizia. È vedere dignità dove altri vedono scarto. Entrare in punta di piedi in vite ferite e scegliere di restare, di accompagnare, con amore e sacrificio. È mettere radici dove il mondo corre via distratto.