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Tornare alla terra, tornare alla casa

corpo relazione

Le dimensioni “lunghe” della società e del mondo e le dimensioni “corte” della persona e della famiglia vengono riunificate attorno alle immagini impegnative del corpo e della casa. Savino Pezzotta mette al servizio delle nostre riflessioni le sue lunghe e profonde esperienze nel sociale

 

 

La crisi che entra nel corpo

La crisi ecologica e climatica — tema che a Evian i capi di Stato e di governo hanno ignorato, come se non fosse un’emergenza pari alle guerre — non è un grafico che sale, non è un report dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change), non è un dibattito tra esperti. È un colpo sul diaframma.

È il fiato che manca quando l’aria sa di metallo. È il corpo che suda in una città che non respira più. È la pelle che sente che qualcosa si è incrinato, che la Terra non è più un fondale neutro ma un organismo ferito che ci tiene dentro, ci scuote, ci espone.

L’illusione di vivere fuori dal mondo

Per anni abbiamo creduto di poter vivere fuori dal mondo, come se la Terra fosse un magazzino e noi i suoi amministratori. Abbiamo consentito che si costruisse un’economia che non conosce la parola limite, una cultura che confonde libertà con estrazione, un immaginario che celebra la fuga — verso l’alto, verso il digitale, verso il sacro.

Ma la crisi ecologica ci riporta giù, ci riporta a terra, ci riporta ai corpi. E ci dice che non c’è via d’uscita senza una rivoluzione culturale, sociale e spirituale.

La crisi come crisi dei corpi

Non una rivoluzione astratta, non un cambio di paradigma proclamato nei convegni. Una rivoluzione che parte dal corpo, dalla sua vulnerabilità, dalla sua esposizione.

Perché è lì che la crisi si manifesta: nei polmoni che respirano aria avvelenata, nelle mani che lavorano in filiere che consumano vite e territori, nei piedi che attraversano città surriscaldate, nei corpi migranti che cercano una terra che non li respinga.

La crisi ecologica è una crisi dei corpi prima ancora che dei ghiacciai. È una crisi di prossimità.

La casa come soglia e riparo

E allora serve tornare al concetto di casa, nel senso profondo del termine: non un luogo domestico, non un rifugio sentimentale, ma la condizione minima dell’abitare.

La casa come riparo fragile, come soglia, come spazio che protegge senza chiudere. La casa come ciò che permette alla vita di non essere travolta.

La Terra, oggi, è una casa ferita: continua a offrirci riparo, ma ci mostra le crepe, ci fa sentire il suo dolore attraverso il nostro.

Tornare a casa significa disarmare

Tornare a casa significa anche riconoscere ciò che oggi minaccia la casa stessa: non solo il collasso climatico, ma la possibilità reale che la violenza umana la cancelli del tutto.

Per questo, tornare a casa significa chiedere il disarmo nucleare. Quelle armi possono estinguere gli abitanti della Terra, annientare gli esseri umani e trasformare la nostra casa comune in un cumulo di macerie — come le guerre stanno facendo a Gaza e in Ucraina, dove la distruzione dei luoghi è distruzione dei corpi, delle relazioni, della possibilità stessa di abitare.

Smarrire la prossimità, smarrire la casa

Abbiamo smarrito la casa perché abbiamo smarrito la prossimità. Abbiamo trasformato il mondo in superficie da attraversare, non in luogo da abitare. Abbiamo dimenticato che la pelle non è un confine, ma una soglia; che il corpo non è un veicolo, ma un modo di stare al mondo; che la Terra non è un oggetto, ma una relazione.

La rivoluzione culturale parte da qui: dal ricostruire un immaginario dell’abitare, dal restituire alla Terra il suo statuto di casa comune, dal riconoscere che siamo parte di un mondo vivo che ci precede e ci eccede.

La rivoluzione sociale: la più concreta e la più scomoda

La rivoluzione sociale è la più concreta e la più scomoda. Significa decostruire un’economia che consuma territori e comunità come fossero materiali usa e getta. Significa redistribuire potere, ricchezza, possibilità. Significa mettere al centro chi abita davvero i luoghi: chi lavora la terra, chi cura, chi resiste, chi vive sulla propria pelle gli effetti della crisi. Significa costruire istituzioni che proteggano la vita, non gli interessi di chi la consuma.

Non c’è giustizia climatica senza giustizia sociale.

Non c’è transizione ecologica senza transizione di poteri.

La rivoluzione spirituale: non fuga, ma sensibilità

E poi c’è la rivoluzione spirituale — parola che spesso spaventa, ma che qui non ha nulla di mistico.
Non è un ritorno al sacro come fuga, ma un ritorno alla sensibilità. È la capacità di sentire la Terra, di percepire la vulnerabilità come condizione condivisa, di riconoscere che siamo fragili ed esposti gli uni agli altri.

È un’etica della prossimità che nasce dai gesti quotidiani: dal modo in cui camminiamo, tocchiamo, respiriamo; dal modo in cui ci prendiamo cura dei luoghi e delle persone; dal modo in cui abitiamo il tempo.

Radicamento, non elevazione

La spiritualità di cui abbiamo bisogno non è evasione, ma immersione. Non è elevazione, ma radicamento. Non è purezza, ma responsabilità.

È la consapevolezza che la Terra non è un altrove da salvare, ma la casa che ci sostiene, ci espone, ci chiama. È la capacità di stare nel mondo senza volerlo dominare, di ascoltare senza voler possedere, di abitare senza voler consumare.

La scelta radicale: essere qui

La crisi ecologica ci mette davanti a una scelta radicale: continuare a vivere come se fossimo altrove, o accettare finalmente di essere qui.

Qui, nella fragilità dei nostri corpi. Qui, nella vulnerabilità dei territori.Qui, nella casa comune che abbiamo ferito ma che ancora ci accoglie.

Non c’è tecnica che possa sostituire questa rivoluzione. Non c’è innovazione che possa evitarla.

È una trasformazione che riguarda il modo in cui guardiamo, abitiamo, tocchiamo il mondo.

Presenza, responsabilità, coraggio

Non chiede eroi. Chiede presenza. Non chiede purezza. Chiede responsabilità e  coraggio.

La Terra non ci chiede di essere salvata. Ci chiede di tornare a casa.

E di tornare corpi, cioè vivi, vulnerabili, capaci di cura gli uni degli altri.

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