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Solitudine e colpa. Vittime e colpevoli

Se la vita comune si inaridisce, allora "l'inferno sono gli altri".
Il peso insopportabile della colpa.
La comunità che accoglie e le relazioni che si ricostruiscono

La vita comune è una tessitura di presenze e di riconoscimenti, di vulnerabilità e di capacità giocate responsabilmente. Se si inaridisce, allora, come scriveva Sartre “l’inferno sono gli altri”.[1] 

Colpevoli e vittime "inchiodati" al loro trascorso

Pensiamo alla dinamica simmetrica che spesso prende le traiettorie di destino degli offensori, autori di reato, e delle vittime. La condizione della ‘vittima’ e quella del ‘colpevole’ appaiono accomunate spesso da una impossibilità di iniziativa tesa alla trasformazione di sé. Le loro condizioni “inchiodano” a ciò che è avvenuto, per la forza senza pietà dell’impossibile che si è reso reale, dell’ingiusto che si è fatto possibile. Come se quello che non doveva prendere forma nel tempo – la violenza, l’inganno, l’asservimento – paralizzasse e fissasse nel gesto compiuto e subìto quegli uomini, quelle donne.

Il cono d'ombra da cui è difficile uscire

La vittima e il colpevole sono trascinati via: essi si trovano “ridislocati”, presi e spostati a forza, senza possibilità di resistere. I media che a volte li scrutano e li espongono, come i meccanismi ed i tempi dell’apparato giudiziario, e pure l’immaginario sociale li spingono in un luogo altro, quasi in un esilio e presto restano chiusi in un cono d’ombra.[2]

Attesa e fiducia anima della convivenza

Le relazioni della vita comune non hanno saputo difendere la vittima: non è bastata la forza e la credibilità del patto sociale di convivenza, non è stata efficace l’educazione, non han fatto argine la sorveglianza, la cura, la morale. Questo svelamento del limite e dell’ombra che la convivenza porta dentro di sé per lo più non è tollerato, né viene elaborato; la vita comune viene toccata dalla colpa e dal debito verso la vittima e reagisce, spesso, collocandola in una situazione ambigua, di vittimizzazione e di marginalità.[3]

La vita comune ha pure ospitato il colpevole, il suo tradimento delle norme di convivenza e la lesione inferta all’altro. Ferita che tocca anche quella ‘fiducia di base’ che, promossa e garantita nelle relazioni di prossimità e nelle relazioni sociali, dovrebbe permettere di segnare una buona distanza dall’istintiva guerra di tutti contro tutti per il possesso. La fiducia è l’attesa e l’anima della convivenza.[4]  

Necessario ritessere umanità e dignità ferite, ricostruire relazioni

La lesione che rende insicura la convivenza, è però totalmente addebitata al tradimento del colpevole, e la convivenza reagisce rinchiudendolo nell’ombra dell’istituzione penale. Perché non si avverta troppo l’ombra che attraversa le relazioni tra donne e uomini, verso la quale la società dovrebbe esercitare continuamente una vigilanza educativa, promuovendo prossimità sociale, controllo e richiamo. Ed una continua ritessitura di umanità, di dignità ferite e di relazioni.

Il tempo sociale pare inaridirsi attorno al ‘colpevole’ ed alla ‘vittima’: li riduce ai margini o fuori dai luoghi della vita, della partecipazione, dell’immaginazione. Che sono i luoghi dell’incontro con la possibilità e l’intrapresa, con il legame e la fedeltà: quelli dove si accoglie la nascita, si educa, si ama, si costruisce un progetto, si prendono responsabilità. Anche dopo la rottura di promesse, anche dopo le fatiche, i fallimenti e gli sprechi delle possibilità e delle occasioni ricevute; anche dopo le delusioni e le esperienze dolorose patite. In nuove compagnie e legami, con le proprie fragilità.

"Adesso riesco a raccontare la mia colpa"

Sono i luoghi vitali in cui le donne e gli uomini ritrovano e rinnovano se stessi nella loro individualità, nell’identità di genere, nell’appartenenza generazionale.[5] Sono proprio questi i luoghi che sono impediti ai colpevoli, e che sono avvicinabili a fatica, riconquistabili solo con sofferenza dalle vittime. Sono luoghi densi e specifici, o incerti e imprevisti. Ricordo: è buio fuori ma nella sala grande della Scuola dell’infanzia è come se i verdi, i gialli oro, i viola e gli azzurri delle lenzuola disegnate e colorate da bambine e bambini portassero una grande luce  attorno ad un circle così diverso da quelli dei piccoli d’uomo che di solito le lenzuola abbracciano. Stasera ci sono per la seconda volta donne e uomini adulti, di diverse età: alcuni sono cittadini di questa piccola città sul lago, altri sono persone a fine pena o da poco tornate nella convivenza, autori di reato.

Tornano spesso semi di infanzie dimenticate

I due facilitatori hanno proposto di tornare sui racconti del primo incontro: prevalentemente memorie e narrazioni d’infanzia, dai colori contrastanti, a volte più cupi di quelli alle pareti, a volte intrisi di nostalgie, belle o amare, e di sofferte delusioni per i sogni interrotti. E Carlo, pacato, inizia a dire: “ho raccontato l’infanzia, e sono stato invitato a visitare le vostre e vi ringrazio tanto davvero. Adesso riesco a raccontare la mia colpa senza essere schiacciato: non avrei pensato.”

Così il gruppo torna a tessere fili di narrazioni, a volte interrotte da domande, sospese o esigenti. Tornano spesso semi delle infanzie: “forse potrò ancora nascere? E magari scoprire altro?”  si chiede e chiede qualcuno che porta dentro il peso del tradimento della fiducia di anni fa. Ma nella domanda si trovano a stare un poco tutti. Sotto la luce dei bambini con tutta la vita davanti.

Nuove fedeltà e attenzioni reciproche

Saper cogliere le attese profonde e muovere insieme da queste, anzitutto per chiarificarle attraverso l'ascolto delle esperienze che provano ad attraversare la crisi, è anche cercare di cogliere e mettere a fuoco il processo di formazione dell’umano che avviene all’interno delle persone.[6] Così si possono mettere in luce, fin dove possibile, le ambiguità e le contraddizioni presenti nelle stesse aspirazioni per renderle un poco più pulite e più chiare, capaci di essere energia per nuovi passaggi, nuovi inizi di cammino.

Si tratta di promuovere con lucidità e passione delle narrazioni

Allestendo contesti in cui sia possibile interpretare pratiche di vita, cure ed attese. Per poi fondarle e aprirle in più ampi cammini concreti  su cui storie locali  e persone possano inoltrarsi non in solitudine, ma facendo leva su nuove fedeltà e attenzioni reciproche. Si tratta di promuovere con lucidità e passione delle narrazioni. In primo luogo narrazioni ospitali come avventure comuni e aperte, partecipate, concrete della materialità feriale e profetica di tanti luoghi di vita comune.


[1] JP. Sartre, A porte chiuse, Bompiani, Milano, 1995

[2] I. Lizzola, Oltre la pena. L’incontro oltre l’offesa, Castelvecchi, Roma, 2020

[3] La letteratura attorno alla “vittimizzazione”  e alla marginalizzazione delle vittime è estesa e presenta come preziosi riferimenti i lavori di Foucault e Goffman, gli studi della nuova storiografia francese” di Delumeau e Le Goff, i lavori di Geremek. In Italia le analisi sociologiche di Tamar Pitch e Carmine Ventimiglia, oltre alle riflessioni di Adriana Cavarero.

[4] L. Alici, Fidarsi. Alle radici del legame sociale, cit.; L. Bruni, La ferita dell’altro. Economia e relazioni umane, Il Margine, Trento, 2007; R. Esposito, Immunitas. Protezione e negazione della vita, Einaudi, Torino, 2002.

[5] M. de Certeau, L’invenzione del quotidiano, Ed Lavoro, Roma, 2001, in particolare parte III “Pratiche di spazio” pp. 143-194. Sui “mondi vitali” vale inoltre la preziosa lezione di Achille Ardigò.

[6] C. Chiappini, M. Baglio (a cura), Frammenti autobiografici dal carcere. Laboratori di scrittura sulla paternità tra uomini detenuti e uomini liberi, Franco Angeli, Milano, 2019; B. Dighera, “La differenza che non fa l’indifferenza”, in Servitium, n. 262, ott/dic 2023

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