In Israele e a Gaza si esulta. Ma, insieme con la gioia, una impercettibile ansia, una leggera inquietudine sorge. Riflessioni dopo la "svolta storica"
Mentre molti esultano,
e chiamano “storica” la svolta,
in me cresce il timore di una smentita,
come un sussurro che attraversa la folla
e non trova orecchi.
Ed è qui che, viva,
la mia speranza si denuda.
Non c’è niente di “fantastico”.
Non vedo tracce di “pace eterna”
sulla terra.
Solo una tregua che trema,
come un filo d’erba nel vento.
C’è una gioia che sale,
ma non mi fa provare gioia.
C’è una tregua
che non chiude la tragedia,
solo la sospende
nel suo respiro più corto.
Sento che la mia anima
non riesce a esultare.
È come se, nel giubilo altrui,
si celasse una domanda —
muta, spaventata,
ancora senza risposta.
Vedo i balli, gli abbracci,
le mani che si alzano.
La danza in Israele,
le voci che risalgono
dalle rovine di Palestina.
E sento che
non è il dolore a trasformarsi in gioia.
È una gioia che non cancella il dolore,
lo esprime — anzi, lo rende ancora più lancinante.
È un’emanazione interiore,
che lo libera da dentro, lo porta fuori di sé.
È una gioia che non consola,
ma rivive il dramma.
Ed è in questa sua consistenza,
in questa coesistenza con il dolore,
l’immensità di ciò che è stato sopportato.
Che non venga dimenticata sulla terra!
Non riesco a credere che
una tregua basti.
Che basti per dire “pace”
perché la verità e la giustizia
siano ammutolite?
Il grido dei morti innocenti
non si disperde: rimane nell’aria,
come un respiro sospeso tra due silenzi.
Non c’è festa che possa lenire la ferita.
Spesso, la rinfocola.
Ci sarà bisogno del tempo,
della sua conferma,
e della cura.
Di generazioni.
Di un orecchio attento,
di un occhio vigile,
di un cuore aperto,
di una mano presente,
di una mente lucida,
di una parola che non mente,
per non fuggire questo dolore
che ci spaventa.
Le tragedie non soffocano:
soffiano sulla domanda di verità.
Anche quando tutto sembra quieto,
il lamento risale, persiste, inarrestabile.
Non cerca spiegazioni,
non vuole giustificazioni:
vuole ascolto.
E io, dentro, sento
- non so che,
prima o poi dovremo rispondere.
A noi stessi,
ai vivi,
ai morti.
Perché nessuna tregua,
nessun trattato,
potrà mai seppellire
la voce che sale
dal fondo della coscienza,
la domanda di giustizia
che ancora ci rende umani.