S. Agostino: "un uomo ne uccide un altro: perché?
A Terno d'Isola e a Paderno Dugnano sembra che si sia ucciso senza motivi.
Ma un motivo, inquietante, forse esiste
Le domande di s. Agostino e i delitti "senza ragione" di Terno e di Paderno Dugnano
Permettetemi che oggi ceda a lungo la parola a S.Agostino:
In ogni colpa c’è sempre l’amore di un bene inferiore che ci induce ad abbandonare un bene superiore. Un uomo ne uccide un altro: perché? Perché vuole portargli via la moglie o un podere; vuole depredarlo del suo patrimonio; oppure vuole vendicarsi di un’offesa. Chi crederebbe che avrebbe potuto uccidere senza un motivo per il solo gusto di uccidere? Neppure Catilina amò i propri delitti, ma casomai il motivo per cui li commetteva” (Confessioni, II,5,11). Cioè non esiste male allo stato puro; né si fa mai il male per il male, ma per un bene, anche se minore di quello che si distrugge.
Eppure noi in questi giorni abbiamo assistito a delitti che sembrano confutare questo pensiero. E parlo, per esemplificare, di quello della povera Sharon Verzeni a Terno d’Isola e quello di quella famiglia di Paderno Dugnano, sterminata a quanto pare, dal figlio adolescente. Uccisioni senza movente; male per il male, sembra; e proprio per questo anche difficili da investigare e da spiegare.
Ma già Agostino aveva spinto più a fondo la sua riflessione raccontando, al proposito, un episodio della sua adolescenza: un furto di pere compiuto in compagnia di altri giovinastri: una bravazzata senza alcun motivo. Ci si perdoni la sproporzione: un furto di pere non è un omicidio; ma i meccanismi della volontà, che Agostino delinea, valgono per tutte le colpe commesse senza movente. Agostino si domandava:
Che cosa amai in te, o furto mio, crimine notturno dei miei sedici anni? Non eri un valore in sé, se eri un furto. Belle erano sì quelle pere, ma non erano loro il desiderio del mio animo, perché ne avevo in abbondanza e di migliori in casa mia. A renderle saporite era il misfatto (6,12).
Sembra che si prospetti quindi una colpa per la colpa.
Ma siccome egli resta convinto che il male non esista di per sé e che nessuno faccia il male per il male, ma per averne qualche bene, andava più a fondo ancora nella sua riflessione, alla ricerca di un movente che sembra qui sfuggire: “Ma che cosa mi attrasse a fare quel misfatto?” La conclusione: “Volevo imitare una libertà monca per una tenebrosa simulazione di onnipotenza” (6,14).
Una "tenebrosa simulazione di onnipotenza"
Quell’adolescente, simile, a quanto pare, agli adolescenti dei delitti attuali, pieni di esuberanza, repressa dal grigiore e dall’anonimato, agiva per conto di quella che Nietzsche avrebbe poi chiamato “volontà di potenza”, cioè per voglia di elevarsi dal gregge e di superare il limite in cui si vedeva trattenuto. Qui allora, poiché nessuno ama il male per il male, è questa volontà di potenza il bene ricercato, per quanto perverso. E Agostino, che l’aveva intuito, l’aveva giudicato una imitazione diabolica della onnipotenza di Dio.
Ma la classica volontà di potenza (come quella di Nietzsche) porterebbe il suo detentore a persistere e a rivendicare il male compiuto, per dimostrare, appunto, la propria potenza, in una forma di superominismo o di prometeismo. Invece ai nostri giorni, una volta scoperto o confessato il misfatto, quella volontà di potenza spesso si affloscia e cerca una giustificazione in una qualche follia improvvisa o in una dissociazione inspiegabile. Che, se non è uno stratagemma processuale (cosa che qui non vogliamo prendere in considerazione), sembra essere l’esito del nichilismo specifico di una mentalità liquida contemporanea, dove non c’è gerarchia e scelta, ma tutto può stare “in serie” successiva e senza coerenza: crudeltà e disperazione; distruzione e nostalgia di impossibile ripristino. E che la comunità umana dovrebbe saper trasformare in metànoia, cioè in pentimento che fa cambiare la mente. Ma qui il discorso si apre ad altre dimensioni.