Le persone responsabili e diligenti sono spesso sottostimate nella nostra società: nella percezione più comune ciò che viene offerto generosamente tende ad essere svalutato. Così anche per il fratello maggiore della parabola? Quella del “figliol prodig0”-
Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici» [Lc 15,29]
La parabola del figliol prodigo, o del Padre misericordioso come forse più propriamente viene chiamata oggi, ci pone davanti il rapporto tra il Padre e i suoi due figli i cui comportamenti sono descritti come diametralmente opposti: tanto lavoratore e obbediente il primo quanto dissipatore e irresponsabile il secondo.
Il rimprovero
Nel fulmineo dialogo tra il Padre e il figlio maggiore, che non a caso è presentato mentre rincasa dal lavoro nei campi, quest’ultimo rinfaccia al Padre di essere ingiusto, parziale, irriconoscente.
Soprattutto se si considera che il Padre nel racconto è presentato come un ricco possidente, per il quale regalare un capretto al figlio non avrebbe certo comportato un grosso sforzo.
Anche il Padre mostra una umana fragilità?
La parabola coglie un aspetto profondamente umano nel comportamento del Padre, che pare sorprendente dopo avere ascoltato con quanta generosità abbia accolto il “figliol prodigo”. Il Padre, infatti, sembra avere tenuto il braccino un po’ troppo corto con il figlio primogenito tanto ligio ai suoi doveri: «Io ti servo da tanti anni e non ho mai trasgredito un tuo comando, e tu non mi hai dato mai un capretto per far festa con i miei amici» (per due volte ricorre l’avverbio negativo “mai”).
È un atteggiamento questo che mi pare molto accresciuto nella nostra attuale società dove la considerazione per il dovere, la laboriosità, l’impegno, ma anche il bene, la generosità, l’altruismo, sembrano alquanto sviliti.
Il Fenomeno dell’Abituazione
È noto in psicologia l’approccio tipico di molti genitori, ma non solo, che tendono a considerare come normale l’impegno e la diligenza del figlio bravo, tanto da portarli a considerare i suoi risultati come normali e quindi a svilirli, pronti invece a festeggiare il figlio “fantasioso” non appena prende una tirata sufficienza a scuola: non è solo questione di incoraggiamento, è qualcosa di più profondo. Si tratta del fenomeno dell’Abituazione (opposto di sensibilizzazione) dove un comportamento nonostante la sua positività, ripetendosi tende inesorabilmente a svalutarsi.
Lo stesso meccanismo si manifesta, ad esempio, anche nei confronti della madre casalinga: spesso, infatti, più essa lava, stira, pulisce, riassetta, cucina, corre, fa la spesa, va alle riunioni scolastiche, più il suo lavoro viene dato per scontato, dovuto, preteso, e qualcuno arriva addirittura a protestare se capita che una volta la cena non sia subito pronta o la tal camicia non sia ancora stata stirata.
Lo stesso per quel sacerdote che non si risparmia, tra celebrazioni, funerali, l’oratorio, le riunioni, i sacramenti, le ristrutturazioni dell’immobile parrocchiale, ed ora che non c’è più il sacrestano anche la pulizia della chiesa: tuttavia sembra che tutto passi inosservato, che in fondo tocchi a lui, fa parte del ruolo e se si va ad una riunione del catechismo è quasi per fargli un favore.
Bias cognitivo
L’altruismo può facilmente generare bias cognitivi, concetto tanto caro al premo Nobel Daniel Kahneman (1934_2024), ossia delle vere e proprie distorsioni nelle valutazioni di fatti e avvenimenti, creando nelle persone (nel nostro caso beneficiarie) una propria visione soggettiva che non corrisponde alla realtà che anzi ne risulta fortemente travisata, o addirittura falsificata.
Nella nostra “società liquida”, magistralmente descritta da Zygmunt Bauman (1925-2017), dominata da rapporti effimeri e spiccato individualismo e consumismo, dove la pretesa dei diritti (vecchi e nuovi) pone i singoli in rapporto con gli altri su un piano ben diverso dalla passata solidarietà, il tema della riconoscenza risulta fortemente appannato: la riconoscenza infatti si basa innanzitutto sul “riconoscere” ciò che si è ricevuto e da questo stato d’animo si genera l’atto ricompensativo.
Tutto ciò che è mio è tuo
Il Padre, al rimbrotto del figlio maggiore, quello buono, risponde a cuore aperto: «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato», innalzando il discorso ad un livello ben più alto, più profondo, teologicamente ricco di significato.
La parabola è tronca, finisce qui: non sappiamo se il figlio maggiore abbia pensato: «già “tutto tuo” ma “fino ad un certo punto”» come direbbe un simpatico Ministro della Repubblica Italiana, «perché se non posso neppure avere un capretto …», oppure se abbia accolto lo sguardo del Padre e sia corso ad abbracciare il fratello ritornato in vita.
Ora tocca a noi, con la nostra, scrivere vita il finale della parabola.
P. S.
Magari, nel frattempo, vediamo di mollare qualche capretto a chi se lo merita!