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S. Francesco. La pace di Dio

Assisi, san Damiano

 

L’esposizione delle spoglie di s. Francesco ad Assisi - con il suo fascino e le sue ambiguità - ha rilanciato testimonianze e studi, a 800 anni dalla morte del Poverello. Antonio Forte ci offre un’interessante riflessione su alcuni aspetti importanti delle figura del santo di Assisi che ci aiuti a gustare più a fondo la cronaca e le immagini di questi giorni

 

 

 Agli inizi del XXI secolo gli studi su frate Francesco di Claudio Leonardi (1926-2010), già cultore di letteratura latina medievale a Firenze, hanno messo in evidenza la delicatezza del rapporto tra storia e metastoria, sollevando il problema di «come l’operazione storiografica possa recuperare una storicità  di tipo mistico, e mostrare come si possa vivere l’assoluto nelle  condizioni reali fissate da una situazione culturale»(Alessandra Bartolomei Romagnoli). Eppure si ha la sensazione che la divulgazione storico-mediatica oggi più celebrata sia priva di tale consapevolezza e risulti, alla fine, generica. Nel contempo ritrovare il «vero Francesco», come il «vero Gesù», è utile nella misura in cui si prende coscienza della ricchezza storico-culturale del contributo con cui la tradizione, con i suoi infiniti «tradimenti», ha, però, concretamente «attuato» la lezione del frate.

Il Francesco “negato” e i “sette Franceschi” di Barbero

 Ritrovare il Francesco negato (Chiara Mercuri) richiede che vi sia anche una comunità capace di chiedersi cosa farne di questa esperienza ritrovata. Ammesso che ci sia o che si sia in grado di suscitare vero interesse collettivo per la domanda, ogni eventuale risposta al tema «cosa farsene del vero Francesco» temo che alimenterebbe la versione aggiornata degli stessi problemi, delle stesse controversie, delle stesse fratture, degli stessi tentativi di mediazione, delle stesse povere soluzioni e strumentalizzazioni che con tanta severa condiscendenza lamentiamo  le generazioni passate abbiano espresso, fin da quando – non lo si dimentichi- lo stesso frate era ancora vivo ed attivo.

 Alessandro Barbero, nel suo libro su Francesco, risolve il problema proponendo la sinossi di ben «sette Franceschi», cui ha ridotto le fonti della tradizione: ma i ritratti, per stessa ammissione dell’autore,  risultano diversi/discordi gli uni  dagli altri: profili biografici che complicano la genuinità del messaggio del Santo. Di fronte alla personalità storico-religiosa da presentare al non esperto,  Barbero fa la scelta più corretta (non propone una sua ennesima discutibile sintesi interpretativa) ma anche, alla fine, la più irrisolta: offre il materiale per entrare in un intricato gioco di specchi deformanti; lo stesso Testamento di Francesco  diventa la prima di sette rappresentazioni attraverso le quali noi possiamo trovare le ragioni della nascita di San Francesco: un’«icona familiare in Italia e nel mondo; un personaggio immediatamente riconoscibile e che può essere invocato come il precursore di tante buone cause (e in altri tempi prima di questi nuovi «ismi» persino del Fascismo) senza che questo sia necessariamente riconducibile alla realtà storica di Francesco».

Condivido la riserva di Claudio Leonardi: l’ambizione mistica di Francesco non può essere ridotta alla mera immanenza storiografica: occorre cercare nei testi la sostanza spirituale della sua predicazione senza ingabbiarla in orientamenti storico-sociali o in modelli ideologico-religiosi vincolanti ed unilaterali. Ma se questa disposizione critica apre alla complessità teologica e spirituale dell’esperienza cristiana di Francesco, dall’altra crea problemi ancora più seri di mediazione didattico-educativa della figura e delle opere del frate a scuola e nella società.

Il rigore del “Testamento"

Rileggere testi e biografie antiche di Francesco genera paura e commozione. Sono pagine insostenibili e «inattuali» eppure straordinariamente stimolanti proprio perché risultano non incasellabili negli orientamenti di fondo del nostro tempo. In particolare se si prende sul serio la sequela pretesa dal frate degli ipsissima verba contenuti nel suo Testamentum, che dichiarano, apertis verbis,  il significato che Francesco ha voluto che venisse cercato nella sua vicenda terrena e nel modello di vita cristiana che egli ha proposto:

E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza («praecipio firmiter per obedientiam»), che non inseriscano spiegazioni nella Regola né in queste parole dicendo: «Così devono essere intese»; ma come il Signore ha dato a me di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così voi con semplicità e senza commento («simpliciter et sine glossa») cercate di comprenderle, e con santa operazione osservatele sino alla fine. E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmo della benedizione del suo Figlio diletto con il santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i santi» (Testamento, 38-40).  

Il “servo del Signore Dio” e i potenti del mondo di fronte alla morte

Dal punto di vista della ricaduta politica della sua predicazione, leggere Francesco «sine glossa» mette di fronte alla sua intransigente richiesta che il presupposto di ogni pace ecumenica o governo pubblico possibile sia la conversione del cuore e della mente a Cristo, sovrano della vita e della morte, che Francesco, con «sete del martiro» (Paradiso, XI), disumano disprezzo per le ricchezze materiali e superiore autorità morale, predicò ai reggitori di popoli ed al Sultano.

La Lettera indirizzata ai reggitori dei popoli (Epistola ad populorum rectores) documenta direttamente la firmitas reverente e profetica di Francesco al cospetto dei «sapientiores et potentiores in hoc saeculo».

È un frate servo nel Signore Dio, piccolo e spregevole,  quello che si rivolge  «a tutti i podestà e consoli, magistrati e reggitori d'ogni parte del mondo, e a tutti gli altri ai quali giungerà la lettera, augurando salute e pace. La premessa al suo discorso è un monito a considerare e a prendere atto («Considerate e videte») dell’imminenza del giorno della morte. La sua venuta, infatti, toglierà i beni ed il potere terreno accumulati a chi si è fatto assorbire dalle cure pubbliche di questo mondo, dimenticando il Signore o, peggio, sviando dai suoi comandamenti. Costoro subiranno una punizione infernale più dura, commisurata ai più avvertiti strumenti intellettuali di cui erano stati dotati ed alle grandi responsabilità politiche assunte. La serietà della minaccia impone ai reggitori che, messa da parte ogni altra cura e preoccupazione, ricevano volentieri l’ Eucarestia e si impegnino a celebrare l’ onore del Signore in mezzo al popolo. Per questo obiettivo  Francesco invoca l’introduzione di «banditori» o di altri «segni» che a sera, alla maniera islamica, annuncino che siano rese lodi e grazie all'onnipotente Signore Iddio da tutto il popolo.

La pace politica è il risultato della riconosciuta signoria di Dio sulle comunità di cui i reggitori devono essere coscienza sensibile e strumento di radicamento. L’amore per Cristo, a sua volta, dona ai singoli ed ai popoli la capacità, spirituale e fisica, di sopportare i dolori e le fatiche terrene, arginando gli odi e disinnescando i conflitti: «sono veramente pacifici quelli che, per amore di Nostro Signore Gesù Cristo, conservano la pace nell’animo e nel corpo in tutte le circostanze dolorose della loro vita terrena» (Ammonizioni, XV, I pacifici).

“Il Signore vi dia pace"

La tradizione dei compagni di Francesco («nos qui cum ipso fuimus») riporta la reazione stupefatta degli «uomini e donne per via e quelli che stavano nei campi» al saluto che «il beato Francesco con un fratello che apparteneva ai primi dodici» rivolgeva loro «con le parole: Il Signore vi dia la pace!» Lo stupore si tramutava quasi in indignazione  «poiché la gente non aveva fin allora udito dalla bocca di alcun religioso un tale saluto» (Compilazione di Assisi, 101).

Questo saluto di apertura fraterna superava, infatti,  definitivamente il distacco ascetico-claustrale con cui la tradizione monastico-sacerdotale interpretava la sua testimonianza di fede in una società soffocata dalle armi e dalla violenza (Chiara Frugoni). E all’imbarazzo del fratello che chiedeva l’autorizzazione a porgere un altro saluto, Francesco rispondeva esortandolo a non sorprendersi dell’ignoranza degli uomini, perché la comprensione di quel saluto presupponeva una sapienza della natura divina che non poteva essere patrimonio largamente condiviso. Lo invitava pure a confidare nel fatto che, in grazia di quel saluto, i frati avrebbero sperimentato la reverenza di nobili e principi di questo mondo. In quel gesto augurale si rendeva tangibile quell’amor divino che avrebbe ribaltato la sintassi delle relazioni e delle gerarchie del mondo.

Tommaso da Celano, a sua volta, racconta che, prima di predicare al popolo la parola di Dio, a tutti quelli che incontrava o venivano a lui Francesco augurava sinceramente la pace, dono di salvezza del Signore.  I nemici della pace erano per il frate i nemici della salvezza personale: solo desiderando la propria salvezza eterna e con l’aiuto di Dio, ci si poteva trasformare, per sé e per gli altri, in figli della pace ed operatori di pace (Vita, 23). In altri termini, solo la presenza del Signore, che si offre in soccorso di chi vuole salvarsi, crea nei singoli e nelle comunità le condizioni perché l’ ascolto efficace della Parola operi la trasformazione pacificatrice dell’uomo e del mondo

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