Francesco Lauria si è occupato di formazione, progettazione e ricerca su relazioni industriali e mercato del lavoro, storia e cultura sindacale per la Cisl nazionale e il Centro studi Cisl di Firenze. Per Edizioni Lavoro ha scritto e curato numerosi volumi. Ci ha inviato questo testo che volentieri pubblichiamo come contributo al dibattito in vista del voto di domani.
Correva l’anno 1974. Chi voleva abrogare la legge sull’aborto, chi no. La CEI
Quarantadue anni fa esatti un referendum spaccava e faceva discutere il Paese.
Non si trattava, come oggi, del tema della riforma della magistratura, ma di un quesito etico: il mantenimento o meno della legislazione del 1970 che aveva introdotto, anche in Italia, il divorzio.
Il Vaticano, la Cei e la Democrazia Cristiana, guidata allora da Amintore Fanfani, si impegnarono a testa bassa, uno slogan, molto esemplificativo del clima che venne diffuso da committenti ecclesiastici fu: "Sì, come il giorno delle nozze!"
Il 17 febbraio 1974 fu, in senso contrario, promulgato l'Appello dei cattolici democratici per il No al referendum.
75 furono i primi firmatari, capitanati dallo storico Pietro Scoppola e guidati anche dai leader Cisl Luigi Macario (pur democristiano) e Pierre Carniti oltre che dall'ex Presidente Nazionale delle Acli Emilio Gabaglio, "dimissionato" da Vaticano e Cei solo tre anni prima a causa dell'opzione/scelta socialista intrapresa proprio dalle Acli che, in quel momento, fronteggiavano anche un'insidiosa scissione alla loro destra con la nascita del Movimento Cristiano Lavoratori (McL).
Colpisce il fatto che tra i primi 75 firmatari dell'Appello dei c.d. "cattolici del no" su 75 firmatari figurino solo tre donne: Paola Gorla, Paola Gagliardi e Adriana Zarri.
Emilio Gabaglio dichiarò, senza peli sulla lingua, ad Adista: "Non è possibile nascondersi che una vittoria dello schieramento abrogazionista aprirebbe la strada ad una grave involuzione politica e che su questa eventualità hanno scommesso le forze integraliste, reazionarie, gli stessi fascisti e tutti coloro che puntano alla divisione della classe operaia e delle masse popolari e a soluzioni autoritarie".
A seguito delle turbolenze interne ancora non sopite, le Acli nazionali si allinearono, sostanzialmente, alle posizioni della Cei, pur rigettando un: "ruolo propagandistico".
A sostegno delle tesi del referendum la Cei promulgò, la settimana successiva alla diffusione dell'Appello, una notificazione mentre si mobilitarono alcune personalità (si pensi a Luigi Gedda) e movimenti come la neonata Comunione e Liberazione, insieme ovviamente alla Democrazia Cristiana e al Movimento Sociale Italiano.
La notificazione della Cei sosteneva che: «Il cristiano, come cittadino, ha il dovere di proporre e difendere il suo modello di famiglia».
L’abate Franzoni, i preti “divorzisti”
Si oppose in modo argomentato a questa presa di posizione Giovanni Franzoni, ex abate della basilica Ostiense, dimessosi da quella carica nel luglio del ’73.
Il 14 aprile ’74 l’allora monaco benedettino pubblicò "Il mio regno non è di questo mondo". Una risposta alla Notificazione della Cei sul referendum: un libro nel quale smontava le argomentazioni teologiche accampate dai vescovi e proclamava il diritto di tutti, cattolici compresi, alla libertà di scelta nell’incombente referendum.
Pochi giorni dopo fu proibito a Franzoni di andare a parlare del divorzio; egli, pur ritenendo ingiusto l’ordine, obbedì, ma egualmente il 27 aprile fu sospeso a divinis. Il tutto senza alcun processo canonico.
Anche alcune decine di preti «divorzisti» e laici furono puniti dai rispettivi superiori: a Venezia il patriarca Albino Luciani, il futuro Giovanni Paolo I, sciolse la Fuci, gli universitari cattolici che si erano espressi per il No.
Il Referendum sul divorzio ebbe luogo il 12 e 13 maggio 1974, il responso fu davvero inequivocabile: Sì 40,7%, No 59,3%.
Anche nelle regioni dove vinse il Sì – Veneto, Trentino-Alto Adige, Calabria, Campania, Puglia, Basilicata e Molise – esso prevalse comunque di pochissimo.
Le gerarchie, sconvolte, ma anche la Democrazia Cristiana e il Movimento Sociale, scoprirono un paese laico, secolarizzato e con il gusto per la libertà di coscienza.
Quel referendum e questo
Tornando all'oggi, ovviamente appare forzato paragonare i due referendum, quello del 1974 e quello del 2026, in particolare perchè il primo era, certamente, maggiormente "eticamente sensibile" da un punto di vista confessionale.
Ha scatenato, a mio parere, giuste polemiche il fatto che, a Roma, lo scorso gennaio, sia stato organizzato e certificato un "Comitato di cattolici per il sì, al referendum sulla magistratura".
Ha ben spiegato a Famiglia Cristiana Giovanni Bachelet, Presidente del Comitato della Società Civile per il No al referendum sulla giustizia: «Sotto lo schiaffo dell’azione disciplinare mi chiedo se i magistrati potranno fare inchieste come quella sulla P2, sulle stragi di mafia, sulla corruzione. E da cattolico, ribadisco: «Impegnàti in prima persona, non per appartenenza religiosa»
Anche il Presidente Nazionale delle Acli Emiliano Manfredonia, a differenza di quanto successe nel 1974, ha preso, a nome di tutta la sua organizzazione, una posizione inequivocabile a favore del No.
Per una riflessione di metodo, sempre valida, in ogni tempo, andrebbe riletto il testo completo dell'Appello dei cattolici per il NO, ancora attualissimo rispetto ai temi della laicità della politica e della convivenza civile.
Francesco Lauria