La vicenda della "famiglia del bosco”. Il molto in gioco attorno a famiglia, tutela dei minori, rapporti fra privato e politico
I fatti in sintesi
Nei boschi vicino a Palmoli (Abruzzo) una coppia anglo-australiana vive con tre figli in modo radicalmente alternativo: autosufficienza, pochi contatti esterni e istruzione domestica.
I servizi sociali segnalano però isolamento dei bambini e mancata frequentazione della scuola. Nel novembre 2025 il Tribunale dei minorenni dell’Aquila dispone l’allontanamento dei figli; inizialmente vengono collocati in una struttura con la madre, poi (notizia degli ultimi giorni) trasferiti altrove separandoli anche da lei.
Il caso divide l’opinione pubblica, tra chi parla di ingerenza dello Stato e chi difende l’intervento in tutela dei diritti dei minori.
Le fazioni si spaccano su due quesiti. Fino a che punto una società tollera la differenza? E fino a che punto lo Stato può intervenire nella vita delle famiglie?
Chi si schiera a favore della famiglia
Nel dibattito seguito alla vicenda, una parte consistente dell’opinione pubblica si è schierata con la famiglia. L’argomento centrale è riassunto nel concetto, diventato poi slogan sui social, “i figli non sono dello Stato”, che condensa una visione precisa del rapporto tra famiglia e istituzioni: il pubblico è pubblico, il privato è privato. Secondo questa prospettiva, i figli sono responsabilità primaria dei genitori, e lo Stato dovrebbe intervenire solo in caso di abuso.
La vicenda della famiglia del bosco, per chi sostiene questa posizione, rappresenterebbe invece un esempio di eccesso di intervento istituzionale, e l’allontanamento dei bambini sarebbe stato motivato più da un pregiudizio culturale che da un reale pericolo.
Il tema della libertà familiare punto più profondo di questa posizione riguarda la libertà educativa. Secondo questa visione, la famiglia è una sorta di micro-società autonoma - un luogo in cui i genitori hanno il diritto di trasmettere valori, stili di vita e modelli culturali anche radicalmente diversi da quelli dominanti.
Se una coppia decide di crescere i figli in città, in una comune agricola, su una barca a vela o in una casa nel bosco, dovrebbe essere libera di farlo, purché i bambini non subiscano danni evidenti.
Le opinioni (storiche) della politica
Il caso ha attirato anche l’attenzione della politica. La premier Giorgia Meloni ha espresso pubblicamente perplessità sulla separazione dei bambini dalla madre, definendola una misura estrema e chiedendo approfondimenti sulla vicenda.
Qui emerge un aspetto interessantissimo della storia delle idee politiche. Il dibattito intorno alla famiglia del bosco sembra rimettere in scena una vecchia tensione ideologica che attraversa tutto il Novecento: il rapporto tra sfera privata e intervento pubblico.
Negli anni Settanta uno degli slogan più famosi dei movimenti sociali era “il privato è politico”. L’espressione nasce nel contesto del femminismo radicale e viene resa popolare dal saggio The Personal Is Political della femminista americana Carol Hanisch nel 1969. L’idea alla base era che ciò che accade nella vita privata (dentro le case, nei matrimoni, nella divisione del lavoro domestico) non è semplicemente una questione individuale, ma il prodotto di strutture sociali e culturali di potere.
Per i movimenti femministi di quegli anni, la distinzione tradizionale tra pubblico e privato era una forma di invisibilizzazione. Se la violenza domestica, la subordinazione economica delle donne o l’assenza di diritti nel matrimonio venivano considerati “affari privati”, allora diventavano automaticamente invisibili alla politica. Dire che il privato è politico significava rompere questo silenzio: affermare che anche la vita domestica è attraversata da rapporti di potere e che quindi la società ha il diritto e il dovere di intervenire.
Questa prospettiva si collocava chiaramente nell’area della sinistra politica e culturale dell’epoca. Nei movimenti del Sessantotto e nei gruppi femministi degli anni Settanta, l’idea che lo Stato dovesse intervenire nella sfera privata per correggere ingiustizie sociali era vista come una forma di emancipazione. Le leggi sul divorzio, sulla violenza domestica, sull’interruzione volontaria di gravidanza o sulla parità tra i coniugi erano tutte, in modi diversi, applicazioni concrete di quel principio.
Dall’altra parte dello spettro politico, invece, la destra tendeva storicamente a difendere l’autonomia della famiglia e della sfera privata dallo Stato. L’idea che la famiglia fosse una comunità naturale, dotata di una propria sovranità morale, era profondamente radicata nella cultura conservatrice europea. In questa prospettiva, l’intervento dello Stato nella vita domestica doveva essere limitato ai casi più estremi.
Chi si schiera contro la famiglia
Dall’altra parte del dibattito, la questione vira dalla libertà dei genitori ai diritti dei bambini. Si passa dunque dal concetto “i figli non sono dello Stato”, a “i figli non sono proprietà dei genitori”.
Questa posizione parte da un principio fondamentale del diritto moderno: il minore è una persona titolare di diritti propri, e non un bene della famiglia, né un’estensione della volontà dei genitori. Di conseguenza, lo Stato ha il dovere di intervenire quando ritiene che questi diritti non vengano garantiti.
Il confine: il benessere del bambino
Il punto cruciale dove le diverse posizioni potrebbero conciliarsi è, nella legittima differenza culturale di una famiglia, fattore tra l’altro prevedibile in un Paese attraversato da numerosi influssi migratori, dove quella differenza finisca per far male ai bambini.
Nel momento in cui un bambino è nutrito, amato, ha accesso a cure mediche e istruzione e non subisce violenza fisica o psicologica, e su questi punti ovviamente non ci si può sottrarre, lo Stato non dovrebbe intervenire. Il confine tra tutelare un diritto e cercare di spianare delle differenze culturali è pericolosamente sottile. Il rischio è che si passi da proteggere dei bambini a uniformare il modello familiare, e questo è un terreno scivoloso.
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Varinelli