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Quale ruolo educativo per i genitori. Il caso americano

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La Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittime le norme della California che vietano alle scuole pubbliche di informare i genitori degli studenti minorenni che abbiano intrapreso percorsi di “transizione sociale” di genere, in quanto lesive della libertà educativa.

 

 

Il caso

Nel 2023, dopo il tentativo di suicidio della figlia minorenne, i coniugi John e Jane Poe vennero a conoscenza, durante alcuni incontri con i medici dell’ospedale dove la ragazza era stata ricoverata, che la figlia aveva da tempo intrapreso un percorso di transizione sociale di genere presso la scuola pubblica frequentata. Era stata infatti attivata una procedura (Carriera Alias) che consente il riconoscimento di un'identità elettiva per tutta la durata della carriera scolastica con assegnazione, tra l’altro, di un nome maschile.

Mai prima del ricovero, neppure durante i periodici colloqui con gli insegnanti, i Sig.ri Poe erano stati messi a conoscenza della scelta della figlia da parte della scuola

La legge californiana

A fronte delle proteste dei Sig.ri Poe, nonché di altre coppie di genitori, gli istituti scolastici dichiaravano che la normativa della California (a guida storicamente democratica) vietava agli insegnati e ai funzionari, salvo consenso dello studente, di informare i genitori del percorso intrapreso (The principal explained that state law prohibited the school from sharing information about a child’s transitioning with the child’s parents without the child’s consent). Inoltre, confermavano di essere tenuti per legge a perseguire la scelta dello studente, seppure minorenne e nonostante l’opposizione dei genitori.

Il caso giudiziario

Elizabeth Mirabelli, insegnante che si opponeva agli obblighi imposti dalla legge e ritenuti lesivi della sua libertà religiosa - a cui si sono si sono poi uniti i Sig.ri Poe e a altri genitori e insegnanti - promuoveva una class action giungendo, dopo vari gradi di giudizio, fino alla Corte Suprema (Elizabeth Mirabelli, et Al. V. Rob Bonta, Attorney General of California, et. Al.)

I ricorrenti lamentavano la violazione del Primo emendamento della Costituzione americana: «Il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione; o che limitino la libertà di parola, o della stampa; o il diritto delle persone di riunirsi pacificamente in assemblea e di fare petizioni al governo per la riparazione dei torti», norma considerata il cardine delle garanzie per il libero esercizio dei diritti fondamentali della persona “Free Exercise Clause”, sancita poi dal Quattordicesimo emendamento (tutela della vita, della libertà, della proprietà e del giusto processo).

La decisione della Corte Suprema

Accogliendo le istanze dei ricorrenti, la Corte Suprema con sentenza 2 marzo 2026 ha censurato le norme della California in quanto in violazione del diritto dei genitori nelle scelte educative dei figli (nel caso di specie fondate anche su motivazione di tipo religioso: l’obbligo di nascondere la verità ai genitori viola un principio etico fondamentale).

La California sosteneva che la normativa aveva lo scopo di promuovere un interesse fondamentale degli studenti sia in materia di sicurezza (pericolo di ritorsioni da parte della famiglia ostile alla transizione) sia di privacy; per contro, la Corte ne ha affermato l’incostituzionalità in quanto tali disposizioni hanno escluso dalla decisione i principali protettori dell’interesse dei minori, ossia i loro genitori (those policies cut out the primary protectors of children’s best interests: their parents.)

I principi affermati dalla sentenza

Al di là del caso specifico riguardante la transizione di genere dei minori - tema peraltro assai discusso e controverso nonché dai delicatissimi profili giuridici ed etici - la sentenza è considerata di notevole importanza in quanto ha riaffermato la centralità del principio di libertà educativa dei genitori.

La pronuncia pone un limite all’intervento della Stato nell’educazione dei figli salvaguardando il diritto formativo dei genitori, definiti i primari protettori dell’interesse dei minori, affidando allo Stato una funzione sussidiaria che trova limite nella tutela del minore stesso.

Il contesto

La sentenza si inserisce nell’ampio dibattito in atto nei Paesi occidentali sul ruolo educativo della famiglia e i rapporti al suo interno (basti pensare in Italia al caso della “famiglia del bosco”). Da un lato vi è, infatti, una visione individualistica tesa a salvaguardare le scelte del minore anche in contrasto con la volontà dei genitori, assegnando allo Stato un ruolo attivo e prevalente nella formazione del minore; dall’altra vi è una visione della famiglia quale soggetto primario nell’educazione e nella tutela dell’interesse del figlio, della quale è parte integrante.

La questione impatta direttamente su aspetti sensibili della nostra società: il rapporto pubblico - privato; la libertà educativa dei genitori e i diritti o meglio la protezione dei minori; il ruolo delle convinzioni religiose e i limiti alla loro tutela; il modello familiare eurocentrico rispetto ad altri modelli; il tutto reso più cruciale in una società multietnica e multiculturale.

Dettagliare i confini di tale diritto dei genitori - diritto che storicamente ha conosciuto una notevole evoluzione di forme e contenuti - risulta compito complesso e delicato che il legislatore in primis, ma poi i giudici e gli educatori devono assolvere con particolare prudenza, ma proprio per questo la riaffermazione dei principi, come operato dalla Corte Suprema, risulta fondamentale.

Il ruolo della Chiesa

È quanto mai necessario che la Chiesa, “esperta di umanità”, per usare un’espressione tanto cara a Paolo VI, non cessi di approfondire e proporre la propria riflessione su temi di così grande impatto non solo sociale ma direi antropologico e di civiltà.

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