I funerali della cantante sono stati celebrati ieri, con grande partecipazione e grande emozione. Sempre ieri, prima quindi del saluto alla cantante, il Corriere titolava: “Migliaia in coda per Vanoni. L’abbraccio della sua Milano”. E, nel sottotitolo: “Era la milanesità intesa come libertà”.
Sono titoli che dicono molto bene quello che poi lo stesso funerale ha ribadito: la necessità di personaggi di riferimento, con i quali identificarsi. Si è milanesi, anche perché si partecipa all’abbraccio Ornella a Vanoni, “Ornella” per gli amici, cioè per tutti.
Ma Vanoni è morta e si trova chiusa in una bara. Ecco: se si vuole essere ragionevoli, razionali anzi, che senso ha parlare di abbraccio a una persona morta e di una persona che ho visto soltanto in televisione e nei giornali, con la quale non ha mai parlato, che non ho mai incontrato di persona. Per me, che sono fuori da tutti i circuiti delle persone pubbliche, resta Ornella Vanoni, la cantante, non “Ornella”: non lo è mai stato e tantomeno può diventarlo ora.
E poi: che cosa è la “milanesità” e, più ancora impegnativo, che cosa è la “libertà” che si identifica con la milanesità?
La notizia, dunque, è piena di modi di dire molto fluidi nei quali ognuno può distillare quello che vuole. Ma, a essere precisi, questo è il ruolo di personaggi pubblici come lo era Ornalla Vanoni. Sono loro, certo, con quel nome e cognome, con quel ruolo, quel compito preciso: cantante, nel caso di Ornella Vanoni. Ma questo diventa il materiale grezzo su cui ognuno di noi costruisce qualcosa. Un personaggio, soprattutto quando muore, diventa un insieme molto composito: di ciò che era lui e di ciò che siamo noi. Questo, poi – ciò che siamo noi - finisce per essere molto più vario e molto più ricco di quello – ciò che era lui. “Ornella” era molto più di “Ornella Vanoni”. Per questo viene abbracciata e per questo la sua morte è anche un po’ la nostra.