La prima giornata del Festival di Pianeta 2030 si è aperta con un dialogo che, più che aprire un confronto, ha certificato una direzione già tracciata. Luciano Fontana e il ministro dell’Ambiente Gilberto Pichetto Fratin hanno discusso del possibile ritorno del nucleare in Italia come se si trattasse di un passaggio naturale, quasi obbligato. Il ministro ha parlato di “primo passo fatto” e di una legge delega da chiudere entro l’estate.
Ignorati i cittadini
Ma il punto non è la velocità dell’iter: è chi sta decidendo, e chi no.
Il nucleare è tornato nel discorso pubblico senza un vero dibattito pubblico. Non c’è stato un confronto trasparente sui costi, sui tempi, sulle dipendenze tecnologiche, sulle scorie. Non c’è stato un processo partecipativo, né un ascolto dei territori. E soprattutto non c’è stato un passaggio fondamentale: il coinvolgimento dei cittadini, che su questo tema si sono già espressi due volte, e che oggi vengono trattati come spettatori di una scelta tecnica, non come soggetti politici.
Il dato sulle rinnovabili – da 1,5 a oltre 22 gigawatt in tre anni – dimostra che la transizione energetica può accelerare quando c’è volontà politica. Ma invece di consolidare questa traiettoria, il governo rilancia una tecnologia che, anche nei Paesi che la adottano, richiede decenni e investimenti enormi. Una tecnologia che concentra potere e decisioni, che non decentralizza, non democratizza, non crea partecipazione. È difficile sostenere che il nucleare aumenti la “sicurezza energetica” quando l’Italia non ha una filiera, non ha siti per le scorie, non ha competenze diffuse e dovrebbe importare tutto: progettazione, combustibile, manutenzione.
Ma il nucleare non è affare per addetti ai lavori
Il Festival ha mostrato un’Italia che ragiona di biodiversità urbana, oceani, consumi, crisi idrica, cultura scientifica. Temi che parlano di prossimità, responsabilità condivisa, governance diffusa. Il nucleare, invece, è una scelta che procede in senso opposto: verticale, centralizzata, tecnocratica. Una scelta che rischia di essere decisa senza il Paese, e poi presentata al Paese come inevitabile.
Il vero nodo politico è questo: la transizione energetica non può essere un affare per addetti ai lavori. Non può essere un processo calato dall’alto, né un esercizio di comunicazione. Richiede trasparenza, partecipazione, conflitto pubblico, discussione aperta. Richiede che i cittadini siano considerati parte della soluzione, non un ostacolo da aggirare.
Il ritorno del nucleare, così come viene raccontato, non è una politica: è una narrazione. Una narrazione che evita le domande scomode e che, soprattutto, non chiede al Paese cosa ne pensa. In un momento in cui la fiducia nelle istituzioni è fragile, riproporre una scelta così divisiva senza un vero processo democratico significa alimentare distanza, non costruire futuro.
Il Festival è proseguito parlando di innovazione e immaginazione. Sarebbe utile che la stessa immaginazione venisse applicata anche alla politica energetica: non per tornare indietro, ma per coinvolgere davvero chi quel futuro dovrà viverlo.