Per Tyler Robinson è stata chiesta la pena di morte. Ha ucciso per ragioni politiche o per odio? I meccanismi micidiali della violenza: chi subisce violenza tende a rispondere "esagerando"
Tyler Robinson è stato formalmente accusato per l'assassinio di Charlie Kirk. L'accusa ha reso noto che intende chiedere la pena di morte per il ventiduenne. Considera infatti l'omicidio di Kirk un reato aggravato perché motivato dalle posizioni politiche della vittima.
L’assassino, però, pare abbia detto che non poteva più sopportare l’odio che Kirk esprimeva nelle sue accese posizioni politiche. Di fronte a queste posizioni, un osservatore esterno si chiede quale sia effettivamente il movente del delitto: le idee politiche o la reazione alle violenze verbali di Charlie Kirk? E’ facile la risposta che le due cose possono andare d’accordo. In effetti, le posizioni politiche possono generare odio e l’odio può generare posizioni politiche.
Quello che è evidente è la stranezza di commettere un omicidio per rispondere all’odio improprio delle parole. Se si sta, infatti, a queste affermazioni, Robinson avrebbe ucciso perché intendeva rispondere all’odio di Kirk. Strano modo di far tacere l’odio, quello di odiare ammazzando.
La violenza, tutta la violenza, è così: imita, fa come l’altro, risponde al colpo menando colpi. Il problema è come rispondere alla violenza. La vecchia legge del taglione – occhio per occhio e dente per dente – era il tentativo di arginare la violenza equilibrandola, impedendo che si rispondesse a un meno con un più di violenza. L’assassinio di Kirk è una forma di regresso verso una violenza squilibrata: si uccide in risposta a offese verbali, il più, il molto più in risposta al meno.
Agli studiosi il compito di verificare le molte altre forme di violenza squilibrata, anche quella delle guerre, anche quella di Gaza, con le sue cifre che denunciano ogni giorno, impietosamente lo squilibrio fra chi fa la violenza e chi la subisce.
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