Dalle prime ore di ogni giorno che Dio manda in terra fino a mezzanotte gli Italiani sono universalmente convocati a Garlasco dai giornali, dalle TV pubbliche e private, nazionali e locali, via telegiornali, via “approfondimenti”, via talk-show…
La strana Giustizia strabica e malferma
Una fiumana di parole scritte o gridate sui particolari, che ogni giorno mutano o appaiono sotto nuova luce. Dietro stanno avvocati famelici di notorietà e giudici, che rilasciano indiscrezioni, rigorosamente vietate, ma ostinatamente praticate. I PM si esibiscono in pensose interpretazioni psicoanalitiche e in giudizi morali sui soliloqui in auto del nuovo imputato invece che dedicarsi a vagliare prove incontestabili.
Ciò che chiamiamo “Giustizia” appare qui, nel suo esercizio quotidiano, tutt’altro che “bendata”. Guarda senza bende, ma appare strabica e malferma sulle gambe. Ancora più indietro, sulla scena, ci sono dolori e rancori delle famiglie e degli imputati vecchi e nuovi.
Opinione pubblica, opinione pubblicata, opinione privata
Non si tratta di un allegro circo, ma di un tavolo anatomico, sul quale ogni giorno si affaccia l’opinione pubblica dotata di bisturi di latta. Pubblica? Klemens von Metternich distingueva tra “l’opinione pubblica” – ciò che il popolo pensa in modo spontaneo (cioè come il Metternich stesso!) e che oggi potremmo attribuire ai social, se non fossero anch’essi spesso teleguidati e trollabili - e “l’opinione pubblicata”, quella rielaborata dalle gazzette, dai giornali, dalle caricature, dai pamphlet, dai libri… quella opinione che, dopo il Congresso di Vienna del 1815, veniva montando in tutta Europa e che sarebbe sfociata nei moti del ’48. Il grande diplomatico austriaco preferiva, si intende, l’opinione pubblica. Ma oggi non avrebbe più paura di quella “pubblicata”, perché sta scivolando, fino a sovrapporvisi, su quella “pubblica”.
La quale sta diventando sempre più “privata”, sia nel senso che è espressa al cospetto dello specchio interiore di cui ciascuno dispone via-social e poi viene rovesciata tale e quale, senza elaborazione e filtri, sul tavolo pubblico, sia nel senso che le grandi questioni pubbliche – per esempio la pace o la guerra, lo sviluppo o la stagnazione, il lavoro o la disoccupazione… - sono sempre più espunte dall’opinione pubblicata.
I “grandi delitti” e i “grandi processi"
Non sono mancati nel corso dei decenni, per la gioia di tutte le tricoteuses, di tutte “le casalinghe di Voghera” e di tutti i maschi pruriginosi, i grandi delitti e i grandi processi. I rotocalchi vi dedicavano fotografie e pagine, i giornali erano più sobri, la TV pubblica vi accennava pudicamente. Per chi dispone di anni e di memoria: “la belva di via san Gregorio” del 1946, al secolo Rina Fort, di cui Dino Buzzati abbozzò un ritratto antropologico sul Corriere; il caso politico-sessuale di Wilma Montesi del 1953, morta, secondo il medico legale, “per sincope da pediluvio”, che coinvolse i piani alti della Dc; il delitto Fenaroli del 1958 e poi il “massacro del Circeo” del 1975, “il mostro di Firenze” dal 1968… fino al delitto di Cogne del 2002, che inaugurò l’ingresso massiccio delle TV, al caso di Sara Gambirasio del 2010 e, oggi, a Garlasco.
Che cosa insegna Garlasco? Il quarto potere
Il dato più clamoroso è il cambio di collocazione del cosiddetto “quarto potere”. Se lo Stato politico è articolato orizzontalmente nei tre poteri - legislativo, esecutivo, giudiziario - che si bilanciano a vicenda, il quarto potere è un controllo esterno allo Stato. Non è un potere formalizzato: esso dà voce alla pluralità di idee, interessi, passioni che agitano anarchicamente la società civile e offre uno sguardo vigile sugli “arcana corporis” del Potere. Non solo su quello politico, ma anche su quello economico. Questa è naturalmente un’idea regolativa.
Nella realtà, per ragioni ampiamente studiate, il quarto potere non è mai stato la pura vestale della verità, esterna al sistema. Si è ampiamente mischiato con lo Stato, gli apparati, lo Stato profondo e con l’economia, per la semplice ragione che anche il quarto potere ha dei costi. I giornali che stanno “su carta” la stanno a poco a poco perdendo, ma gli apparati che hanno alle spalle continuano ad essere “funzionari della carta”. Per farvi fronte occorre aumentare i lettori e gli ascoltatori, seguirne emozioni, capricci, preferenze immediate. Su questo clinamen si sono avviati sempre più precipitosamente molti giornali e molte TV. Il tic dei “Like” dei social è diventato il criterio decisivo per la scelta dei temi, del racconto, dell’intervista. “Tira di più” Garlasco o Hormuz? Garlasco o l’Ucraina? Garlasco o l’ipotetica legge elettorale? Garlasco o la ricina di Campobasso? Qui, ambedue!
Il rischio di morte. Per la classe dirigente e per il Paese
Il metodo dell’inchiesta giornalistica è uscito, salvo poche eccezioni, dal sistema mediatico. Il passaggio dall’informazione alla conoscenza è sempre più stretto. Ora, benché non si possa nutrire nessuna nostalgia per una qualche “Pravda”, chi racconta agli Italiani la verità del Paese e del mondo oltre l’orizzonte di Garlasco?
Di fronte all’enorme concentrazione di sapere e potere cui stiamo andando incontro nell’età dell’Algoritmo, chi offre al singolo uno sguardo diverso? I Direttori di giornale e i loro giornalisti fanno parte della classe dirigente del Paese. Se questa si sottrae alla propria missione, essa muore e con essa il Paese.
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Todaro
1 commento
Impressionante come qualcuno sappia ancora disegnare fedelmente lo scheletro di una cultura che muta grazie all’ AI ma che tuttavia rimane sé stessa basata innanzitutto sul bisogno di concretizzare guadagni, a tutti i livelli. Garlasco insegna più di molti altri casi, come il denaro nuova tutto, più della dignità umana e più del prestigio di una categoria professionale quale quella della magistratura. Ci si vende ormai per qualsiasi cosa e ci si butta come avvoltoi sulla carogna di un povero 19enne, Sempio, che se è vero che è stato lui, è finito in un brutto pasticcio in uno strano momento della sua vita. Non è certo “nato criminale”. Ben più “fortunato” nella sua atroce sfortuna è stato Stasi che grazie al suo temperamento personale e al principio della rieducatività della pena, ha dato sfogo alle sue qualità migliori proprio quando un Sempio, probabilmente caduto nell’incubo delle proprie azioni ma anche torturato e attratto dai media, diventava un mostro. Questa è la forza, nemmeno tanto occulta, dell’informazione.