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Lo scudo delle forze dell’ordine

polizia

 

Le cronache stanno parlando molto dell’omicidio del pusher Mansouri, a Rogoredo e del ruolo avuto dall’agente Cinturrino. E’ l’ultimo fatto di cronaca che rilancia il dibattito circa l’equilibrio delicato fra le forze dell’ordine e la legge cui anche le forze dell’ordine devono obbedire

 

Chi difende la legge non può sottrarsi alla legge

Da qualche tempo insorge il problema della gestione dell’ordine pubblico presa tra due fuochi: l’aggressività di alcune frange sociali o di delinquenza comune e una qualche risposta eccessiva da parte delle forze dell’ordine. All’interno del Decreto ministeriale sulla sicurezza, una cosiddetta legge-scudo, che tendeva a privilegiare la posizione delle forze dell’ordine, è stata alla fine ricondotta, grazie all’opera persuasiva (moral suasion) del Presidente Mattarella, dentro i corretti limiti dei fondamenti costituzionali.

Da una parte, il Codice Penale (art.53) prevede la non punibilità del pubblico ufficiale “che, al fine di adempiere un dovere del proprio ufficio, fa uso ovvero ordina di far uso delle armi o di un altro mezzo di coazione fisica, quando vi sia costretto dalla necessità di respingere una violenza o di vincere una resistenza all'Autorità”. Ma, dall’altra e sopra, l’art. 3 della nostra Costituzione recita che tutti i cittadini [comprese le forze dell’ordine] sono uguali davanti alla legge; e quindi con una autorità superiore stabilisce che anche gli atteggiamenti delle forze dell’ordine devono essere soggette ad una valutazione di conformità alla legge. Del resto, sarebbe assurdo che chi difende la legge, si potesse sottrarre alla legge. E si entra così in un regime delicato dove si tratta di stabilire un limite giusto tra im-potenza e pre-potenza delle forze dell’ordine. È una vecchia questione che trova espressione efficace nella domanda dell’antico moralista: Quis custodiet custodes?, “Chi custodirà i custodi?” (Giovenale).

I “guardiani dello Stato” tra forza e mitezza

In uno Stato di diritto come il nostro, al giudizio di legalità, cioè di rispondenza alla legge, è deputata la magistratura, che è tenuta a valutare i comportamenti e a sanzionare eventualii reati anche delle forze dell’ordine, tenendo conto della condizione particolare che la legge per loro stabilisce.

Ma come per ogni atto etico che comporta la variabile della libertà, i comportamenti sono sempre esposti ad una ermeneutica interpretativa che trova appoggio, a monte, su qualche criterio conoscitivo. Da sempre. Già Platone (secc.V-IV a.C.), nel delineare i tratti del suo Stato ideale, dedicava ampio spazio ai “guardiani” o “custodi”, cioè alle forze che custodiscono lo Stato (Repubblica, libro II).  Egli riteneva che la cura più grande di tutte dovevaessere dedicata dallo Stato alla loro formazione.

I guardiani infatti devono conciliare in sé due caratteristiche, entrambe necessarie, che sembrano in contrasto tra di loro: una grande forza reattiva (che li rende temibili dal delinquente e dal potente) e una mitezza (che non fa impaurire l’innocente o il debole). Platone li paragonava (e per lui era immagine nobile) ai “cani di razza” che sono fieri e combattivi, ma sanno distinguere come e chi devono mordere e chi no. Per il filosofo infatti i trasgressori della legge non sono sullo stesso piano dei nemici, ma, pur commettendo reato, restano concittadini al cui servizio sono le forze dell’ordine. Così i guardiani devono essere addestrati non solo alla forza aggressiva, ma ad una benevolenza che li renda autorevoli senza bisogno di esercitare l’aggressività.

Lo Stato non può ridursi a essere una “banda di briganti"

Deve essere in loro viva la coscienza che, anche se un cittadino commette ingiustizia, mai lo Stato può ricorrere a sua volta all’ingiustizia, nemmeno per colpirlo, altrimenti si trasforma in “banda di briganti”: «Se togli la giustizia, che cosa sono gli Stati, se non delle grandi bande di briganti?”, afferma una nota sentenza di S. Agostino (de civitate Dei, IV,4). La forza tranquilla del saper resistere è quindi normalmente più utile alla convivenza che non la forza muscolare che colpisce. Ed è più utile a creare senso dello Stato. Ricordiamo che il periodo buio degli “anni di piombo”, del terrorismo duro e assassino degli anni Settanta, è stato superato in Italia senza far ricorso a leggi speciali; e così ha riportato una vittoria, più lenta forse, ma sicuramente più consistente e duratura..

Per questo motivo l’aggressione alle forze dell’ordine va giustamente punita duramente come attacco alla cosa di tutti che esse rappresentano, e un loro esorbitare è da condannare come un tradimento di quel medesimo bene comune che esse devono custodire.

La domanda dei soldati nel Vangelo di Luca

Chi ha qualche pratica col Vangelo ricorderà come Luca (3,14) narra di alcuni soldati che chiesero a Gesù:«E noi che dobbiamo fare?». Ad essi Gesù rispose: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno, contentatevi delle vostre paghe». La prima parte della risposta limita l’arroganza repressiva, la seconda mette in guardia dal rischio di approfittare d’una posizione di forza per trarre vantaggi (anche economici). La prima parte è sicuramente più applicabile alla nostra situazione, ma anche la seconda emerge talvolta nelle forme dell’estorsione e della corruzione. Anche se, a dire il vero, questa è forse più della politica e dell’alta funzione pubblica. La sua odiosità sociale è rivelata dallo sdegno che non si riesce a tratteniene di fronte allo scandalo di politici e di alti funzionari pubblici che, magari gratificati da prestigio e da uno stipendio principesco, non “si contentano”.

Le forze dell’ordine devono avere perciò sì uno scudo, ma lo scudo - si sa - è arma più di difesa che di offesa, che permetta a loro di tutelare efficacemente la comunità civile dai nemici della legge senza disgregarla e di ottenere rispetto sociale opponendosi con rispetto. Platone individuava nella “musica” l’arte che ingentiliva lo spirito dei guardiani contro l’animosità eccessiva (megalothymía). Noi, più modernamente, la vediamo in una preparazione civica, che li renda difensori della legge e sottomessi alla legge; tutori dei cittadini restando essi stessi concittadini. Equilibrio difficile che spetta alla politica determinare. Ma è questo o è il machismo la tendenza della politica attuale?

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