Gli slanci logorroici di Trump ormai non si contano più. Scrivo la sera del 7. Durante la notte può capitare di tutto. Trump parla e dice molto e dice di tutto, dice anche che può distruggere una intera civiltà. Non si tratta solo di quantità, ma di qualità, della qualità imbarazzante di quello che dice. “"Aprite lo stretto di Hormuz, maledetti bastardi! O devasto tutto!" ha scritto rivolgendosi ai governanti dell’Iran. Ma è solo l’ultima di una lunga serie. La serie è talmente lunga che si deve parlare di uno stile. Trump parla così. Solo che, come per tutto il resto della sua politica, dopo aver preso atto che è così, uno torna in sé e cerca di prendere atto: “Ma è il Presidente degli USA”. Presidente, il primo cittadino di quel paese che, per ora, resta il paese leader nel mondo. Il primo dei primi. Come sono possibili questi sproloqui verbali da parte di un personaggio di quella forza e di quel calibro? Non dovrebbe parlare così, ma così continua a parlare, senza remissione.
Si mette in gioco il rapporto fra i personaggi “in vista” e noi, noi, genericamente intesi, i “normali cittadini”. Molti fanno notare che, un tempo, noi, noi “normali cittadini”, noi dai secondi in giù, tendevamo ad essere come i primi. Adesso succede esattamente il contrario: non succede più che noi vogliamo essere come loro ma loro vogliono essere come noi. Molti politici, anche di casa nostra, esibiscono come merito di essere “uno di voi”, “come voi”. La cosa mi inquieta. Se un ministro è come me, andiamo male perché io non so praticamente nulla di quello che dovrebbe sapere un ministro. In fondo, ingenuamente, io contino a pensare che un ministro, un buon ministro, non deve essere come me e io non devo essere come lui.
E così, a maggior ragione, Trump non deve essere come uno di noi se vuole essere un buon presidente degli USA. E, se è come uno di noi, andiamo male.
E sarebbe ancora peggio se Trump non solo fosse come noi. Ma arrivasse a essere peggio di noi.
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