Le parole, il loro significato etimologico, la loro evoluzione nella storia. Questione non solo di scuola. Si discute molto sul termine genocidio. Lucio Sisana ci offre qualche elemento per formarci una nostra ragionata idea
Le parole e il loro significato
Riconoscere il verificarsi di un fenomeno è talvolta operazione complessa; i dubbi a riguardo generano dibattiti infiniti e contenziosi verbali e ideologici anche molto accesi.
Penso che la prima operazione utile da svolgere sia partire dalla parola che definisce tale fenomeno, ragionando sulla sua accezione etimologica. Questa operazione si impara a scuola, dove viene fornito il metodo per indagare il significato di un termine e dove tale metodo si applica costantemente.
Credo per esempio che ogni docente, nella sua prima lezione di geografia, muova dal significato etimologico del termine, per far comprendere ai suoi studenti di cosa si occupa tale materia; da lì poi il docente ne mostra lo sviluppo e i traguardi raggiunti e li applica all’attualità, stimolando in tal modo anche la crescita del senso critico del discente. Spesso però l’etimologia non basta; ecco allora che subentrano altri fattori, come la conoscenza della storia. Il tutto sempre insegnato/imparato sui banchi scolastici.
Una parola impegnativa: democrazia
Facciamo un esempio per chiarire la questione. A scuola, fin dalla primaria, si impara che il termine democrazia deriva dai vocaboli greci démos (δῆμος), il popolo, e krátos (κράτος), il potere. Quindi, la democrazia è il potere del popolo e definisce una forma di governo nella quale la sovranità appartiene al popolo, che la esercita direttamente o indirettamente.
La coscienza critica che la scuola sviluppa, specie nella secondaria di secondo grado, permette poi allo studente di interrogarsi sulle attuali democrazie, sulla nostra democrazia, per stabilire se la nostra attuale forma di governo possa definirsi democratica o meno; contribuiscono a favorire tale analisi la conoscenza della storia, della filosofia, dell’economia e di altri aspetti del vivere comune, che lo studente apprende e approfondisce nel corso degli anni.
Una parola impegnativa e attualissima: genocidio
Perché ho proposto questo ragionamento? Mi ha dato lo spunto una personale riflessione, non priva di imbarazzo e fatica, sul termine genocidio, utilizzato da buona parte degli esponenti politici e dei media per definire quanto è accaduto negli ultimi due anni a Gaza. Mi sono chiesto se sia corretto l’impiego di tale termine, applicato in tempi recenti al dramma subito dagli Ebrei da parte del nazismo, allo sterminio dei Tutsi in Ruanda, a quello degli Armeni in Turchia.
Applico allora il metodo imparato a scuola, muovendo dall’etimologia. Il termine “genocidio” è costituito dall’unione di due termini, uno greco, ossia γένος (ghénos), la stirpe, l’etnia, e uno latino, cioè il verbo caedo, che significa uccidere (su questo verbo si costruiscono tutti i termini italiani indicanti uccisione, come omicidio, suicidio, femminicidio, uxoricidio, infanticidio ecc).
Quindi etimologicamente il termine genocidio significa “uccisione di una etnia o razza”. Ma non basta per rispondere al mio dubbio. Si ricorre allora alle nozioni di storia e si scopre che il termine è stato coniato nel 1944 (in piena Shoa) dal giurista ebreo-polacco Raphael Lemkin per indicare la distruzione deliberata e sistematica di un gruppo etnico, nazionale, religioso. L’ONU nel 1948 definisce a sua volta il genocidio come un atto commesso con "l'intenzione di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso"; in entrambe le definizioni si enfatizza l’intenzione distruttiva attuata tramite omicidi, lesioni fisiche o mentali, imposizione di stili di vita insopportabili. L’intenzionalità distruttiva è dunque ciò che distingue il genocidio dallo sterminio e dalla carneficina.
Se a Gaza è stato genocidio. Questione aperta
Ora, chiarito il significato etimologico e approfondita la definizione del termine, si può applicare il ragionamento alla situazione della striscia di Gaza: si è realmente trattato di un genocidio, come sostengono alcuni governi, la chiesa tramite autorevoli esponenti, molti liberi cittadini europei e non solo che manifestano nelle piazze la loro aperta condanna verso Israele e la sua repressione? Oppure si è verificato uno sterminio, una carneficina di terroristi e di civili come atto di vendetta per quanto subito dagli israeliani il 7 ottobre 2023, ma non è corretto parlare di genocidio, mancando l’intenzionalità distruttiva, come sostenuto da altre voci?
Ovviamente la risposta non è semplice e forse neppure netta; peraltro, non si tratta solo di una questione di definizione, in quanto, oltre che ricercare i giusti rimedi, si dovranno stabilire le responsabilità e le relative conseguenze e pene verso gli eventuali colpevoli.
La risposta al mio dubbio? Io mi sono fatto la mia idea; ognuno si faccia la sua in piena autonomia e libertà, aiutandosi anche con il metodo imparato sui banchi di scuola. L’auspicata ma fragile tregua in atto può aiutarci ad essere un po’ più lucidi e sereni nel giudizio.