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Molti giocano d’azzardo. Una questione di cultura

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Continuo a leggere notizie e cifre – cifre impressionanti – che riguardano il gioco d’azzardo. Chi sta fuori legge del fenomeno e non capisce. Non capisce la sproporzione fra il molto che si spende e il poco, il pochissimo, che si vince. Accettare di giocare d’azzardo è accettare un imbroglio

 

Eppure moltissimi continuano a giocare. Per cui anche chi è fuori cerca comunque di capire. Le ragioni non si possono ridurre alla sventatezza di chi gioca. Sono ragioni che vengono prima e che danno fuoco a quella sventatezza. La società, la nostra, quella occidentale, è animata da un irresistibile desiderio di realizzare, di fare, di conquistare. Il capitalismo è un inarrestabile campionato dove si deve gareggiare e fare di tutto per vincere.

Anche chi non è protagonista in quel campionato ne respira lo spirito. Detto in altri termini, la nostra cultura è profondamente mimetica, imitativa: si fa come, si fa meglio, si fa di più.

Psicologi e sociologi hanno molto da dire su questo.

Se si sta a una prima, sommaria impressione, si nota che la maggior parte di noi, dispone degli strumenti per arginare la spinta: si accetta di imitare, ma ragionevolmente. Se tutti corrono a spendere, spendo quello che posso permettermi, se molti hanno macchine lussuose, io mi accontento di una utilitaria, se molti vestono vestiti firmati io mi accontento di quello che ho comperato al negozio di famiglia. E così via.

Quando questo meccanismo di base non funziona, allora il desiderio di avere di più diventa ossessivo e diventa necessario tentare tutte le scorciatoie a disposizione. Quella del gioco è la più semplice. Basta cliccare sulla tastiera del computer. Poi, naturalmente, non si vince. Ma proprio perché non si vince, diventa ancora più impellente il desiderio di ritentare. E’ il solito micidiale circolo vizioso.

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