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Trump, la politica, la violenza. E l’utopia evangelica

Si parla molto, ovviamente dell’attentato a Trump: una valanga di considerazioni su come è potuto avvenire, su come è avvenuto, su cosa comporterà dopo che è avvenuto.
La logica della violenza e della violenza politica.
Il senso dell’affermazione evangelica del “porgere l’altra guancia"

A monte delle notizie che arrivano da oltre Oceano, è possibile richiamare alcuni tratti della violenza che sono quasi sempre presenti, anche se in modi diversi. Intanto un dato ovvio, al limite del banale: non solo si ritrovano alcuni elementi tipici della violenza, ma si ritrova sempre la violenza. La violenza è invasiva. Non è un incidente: è un modo di essere.

L’imitazione è violenza e viceversa

Per un motivo che si può far risalire alla natura stessa della violenza: è la teoria, provocatoria e geniale, di René Girard. La radice della violenza sta nella innata tendenza umana a imitare, a “fare come” qualcuno. Io faccio come te, tu fai come me. E così tutti. Ma l’imitazione spinta all’estremo porta allo scontro. Così si assiste in tutta l’estensione della vita sociale a un continuo imitare l’altro, dai fenomeni più positivi a quelli più distruttivi.

Il linguaggio, l’apprendimento del linguaggio è imitazione, imitazione costruttiva e inclusiva. Il bambino è una prodigiosa macchina imitante che cresce imitando, facendo e parlando come papà, come mamma, come i fratelli… All’estremo opposto sta l’imitazione violenta della guerra. Perché anche la guerra è mimetica, imitativa. La guerra in Ucraina è esemplare, al riguardo. A un attacco russo, risponde l’attacco ucraino, a un missile ucraino risponde un missile russo… E’ paradossale, ma anche una guerra siffatta può essere raccontata come un drammatico “botta e risposta”, dove quasi sempre la risposta deve essere simmetrica rispetto alla botta: io faccio a te quello che tu hai fatto a me. 

Anche la vita politica è guerresca. Non solo perché i politici “litigano sempre”, ma anche perché la stessa politica, nel suo insieme, è confronto, imitazione, scontro. Quasi sempre lo scontro è verbale, ma spesso diventa fisico. Fino agli scontri a base di cazzotti nelle aule parlamentari: le grandi stanze della democrazia si trasformano in ring.

Il “duello” delle elezioni americane

La politica americana, le sue tradizioni, le sue campagne elettorali, soprattutto quelle presidenziali, sono esemplari, da questo punto di vista. In effetti si potrebbe dire che le elezioni americane sono un grande duello: scontro fra democratici e repubblicani. Gli eventuali candidati indipendenti ci sono sempre, ma non ci si accorge che ci sono perché tutto è concentrato sui duellanti. Gli indipendenti fanno parlare (come in queste elezioni Robert Francis Kennedy, figlio di Robert) perché disturbano i due protagonisti e solo perché disturbano. 

Biden e Trump rientrano perfettamente nella simbolica e nella retorica del duello. Biden è un lottatore azzoppato. Molti amici e politici gli stanno chiedendo di fare “un passo a lato” o “un passo all’indietro”. L’immagine è perfetta. Biden non riesce più a sostenere il “faccia a faccia” della lotta con Trump e quindi deve farsi da parte. E’ come un boxeur che, mentre sta correndo per dare un pugno all’avversario, inciampa e cade. Ma lui sostiene che è ancora in grado di vincere: ha preso qualche pugno, ma è ancora in grado di darne, resta in corsa. 

Trump: il sangue in faccia e il pugno chiuso

Per Trump non c’è bisogno di dimostrare che ha lo stile di uno che mena pugni. Il menare pugni, per lui, è molto più importante che dire la verità. Dopo il famoso duello televisivo con Biden, molti giornali hanno elencato una serie di affermazioni smaccatamente false di Trump. Ha raccontato bugie ma le bugie erano dei buoni fendenti menati contro il malcapitato Biden.

Lo stile trumpiano è stato confermato anche in occasione dell’attentato. Mentre lo stavano portando via, con il sangue che gli rigava la faccia, Trump mostrava il pugno. Come a dire: resto un duellante, sono pronto a menare ancora fendenti. E sono pronto a menare fendenti non all’attentatore - di cui Trump non sapeva nulla, in quel momento e che, comunque, era già stato ucciso - ma ai miei avversari politici, a quel poveraccio di Biden. 

“Porgere l’altra guancia”. In che senso?

Quando si parla di questi tratti della violenza in genere e della violenza politica in specie, vengono in mente a molti di noi, come una specie di riflesso condizionato, quelle frasi famose: “Avete inteso che fu detto: Occhio per occhio e dente per dente. Ma io vi dico di non opporvi al malvagio; anzi, se uno ti dà uno schiaffo sulla guancia destra, tu porgigli anche l'altra” (vangelo di Matteo 5, 38-39). In altre parole: Non accettare il “faccia a faccia” della violenza (occhio per occhio, dente per dente), ma metti in atto lo “squilibrio” mirabile del discepolo: porgi l’altra guancia. 

E’ nota la risposta: questa non può essere lo stile della politica. Vero. In effetti, quella frase si trova nel cosiddetto “discorso della montagna” che inizia così: “Vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo… (vangelo di Matteo 5, 1-2). Gesù non parla a tutti, ma ai discepoli.

Donde la conseguenza: non si può dire che tutta la politica deve essere evangelica, ma si deve dire che esiste la possibilità di uno stile evangelico oltre la politica. Ci deve essere qualcuno che continua a sostenere, tenacemente, questa utopia. Ben sapendo che è bella, ma sapendo anche che è una utopia: pochi la vivono.

La politica continuerà a essere poco evangelica. Ma ci saranno sempre dei discepoli che continuano, anche loro tenacemente, a dire che sarebbe bello se lo fosse.  

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