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La tecnologia invasiva, i giovani, la cultura collettiva

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“I giovani mancano sempre” si ripete spesso. Ma i giovani non sono soltanto disinteressati, sono figli di un mondo tecnologico nel quale l’algoritmo è più importante del corpo e dell’altro. Intanto, però, va ricordata la capacità di “resistere” da parte dell’uomo, che resta capace di sognare, immaginare, creare.

 

 

I giovani ?

Una delle sere passate, durante un incontro sulla campagna referendaria, mi sono ritrovato davanti a una scena ormai familiare: una sala piena soprattutto di persone adulte e anziane, qualche volto nuovo, qualche sedia vuota, e la solita frase che arriva puntuale come un riflesso condizionato. “I giovani non ci sono mai.” È una constatazione che suona vera, ma che rischia di essere troppo semplice.

Così ho provato a dire che forse il problema non è l’assenza, ma la distanza. Non viviamo più nello stesso ambiente, anche se abitiamo lo stesso paese. Noi guardiamo il mondo, loro lo scrollano. Per molti giovani il feed è diventato un paesaggio, un fiume digitale che scorre senza chiedere permesso, che ti trascina dentro e ti accompagna per ore senza che tu te ne accorga. È lì che si forma una parte importante del loro sguardo sul mondo, ed è lì che spesso noi non arriviamo.

La tecnologia è un ambiente

La verità è che la tecnologia non è più un semplice strumento. Non è qualcosa che usiamo e poi riponiamo. È diventata l’ambiente in cui viviamo, l’aria che respiriamo, il clima mentale che ci avvolge. È un cambio di paradigma che non abbiamo ancora davvero interiorizzato. Negli ultimi vent’anni la tecnologia ha smesso di essere un insieme di dispositivi e si è trasformata in un ecosistema cognitivo, un luogo che modella la nostra attenzione, la nostra memoria, la nostra immaginazione.

Non ci offre solo contenuti: stabilisce le forme attraverso cui quei contenuti diventano pensabili. Il feed, la notifica, il “per te” non sono funzioni tecniche, ma nuove grammatiche dell’attenzione. Viviamo immersi in un flusso continuo, frammentato, senza silenzi, senza zone d’ombra, senza un prima e un dopo. È come se il tempo si fosse compresso in un eterno presente che si aggiorna di secondo in secondo.

Si è formato un inconscio algoritmico

Dentro questo clima si è sviluppato qualcosa di ancora più profondo e meno visibile: un inconscio algoritmico. Gli algoritmi non osservano soltanto ciò che facciamo, lo anticipano. E anticipandolo, lo orientano.

È come avere un suggeritore invisibile che ci accompagna ovunque, che ci propone ciò che “potrebbe piacerci”, che ci mostra ciò che “potrebbe interessarci”, che ci guida verso ciò che “probabilmente vorremo”. E noi, spesso senza accorgercene, seguiamo quella traccia. Nasce così una zona della nostra mente fatta di automatismi, preferenze indotte, desideri prefabbricati. Non è un’influenza che impone: è un’influenza che ottimizza. Non reprime: anticipa. Non obbliga: suggerisce fino a sembrare ovvio.

È una forma di immaginario esternalizzato, perché ciò che un tempo nasceva dall’esperienza incarnata, oggi nasce da un calcolo predittivo. E in questo slittamento si perde anche il corpo come luogo di contatto e di esposizione, sostituito da un’interazione che ci sfiora senza toccarci davvero.

La resistenza umana

Eppure, nonostante questa pervasività, una parte degli umani resiste. È la parte che sogna, che immagina, che crea. La parte che nessun algoritmo può prevedere o addestrare.

È la zona più fragile e più potente dell’umano, quella che continua a generare possibilità anche quando tutto sembra già deciso.

È la parte che si manifesta nel corpo quando incontra un altro corpo, quando si lascia attraversare da un’emozione, quando si espone senza garanzie.

Trasformato il nostro rapporto con il tempo

Questo ambiente digitale ha trasformato anche il nostro rapporto con il tempo. Viviamo in un presente permanente, senza attesa né profondità. Il passato perde consistenza, il futuro perde credibilità, il presente diventa totalizzante.

In un contesto così, la politica e la religione faticano a trovare spazio. La politica e la religione hanno bisogno di processi, di lentezza, di sedimentazione. Il digitale, invece, vuole tutto e subito. La politica e la religione parlano in discorsi e sermoni, il digitale in frammenti. La politica e la religione tendono al futuro, il digitale consuma presente. Non è un conflitto generazionale, ma un conflitto di temporalità. E quando diciamo che i giovani “non partecipano”, forse sbagliamo bersaglio. Non è disinteresse, ma disallineamento. Non è un rifiuto dei valori democratici e religiosi, ma un cambiamento delle condizioni stesse della partecipazione e della comunità.

La politica e la religione tradizionale parlano un linguaggio che non si incastra più con l’ambiente cognitivo in cui vivono le nuove generazioni. E non basta “comunicare meglio”: bisogna ripensare i luoghi, i tempi, le forme della partecipazione e della trasmissione della fede, restituendo spazio anche a quella dimensione corporea che permette alle persone di riconoscersi e di riconoscere l’altro.

Non siamo condannati

Nonostante tutto, però, non siamo condannati. Perché dentro di noi si mantiene una zona di libertà che nessun algoritmo può colonizzare. Resiste nella capacità di immaginare il non ancora, nel bisogno di relazioni incarnate, nella domanda di senso, nella ricerca di comunità reali, nella possibilità di pensare il futuro come progetto e non come contenuto da consumare.

Questa resistenza non è nostalgia: è la materia prima del futuro. È il punto da cui ripartire per costruire nuove forme di immaginazione collettiva.

La tecnologia non è un destino

La tecnologia non è un destino. È un ambiente. E come ogni ambiente può essere compreso, negoziato, trasformato.

La sfida è riconoscere la profondità del cambiamento, evitare moralismi inutili, creare nuovi spazi di immaginazione condivisa, restituire al futuro la sua dignità, ricucire il rapporto tra esperienza umana e ambiente digitale. E questo significa anche ritrovare il corpo come luogo di relazione e di apertura, come ciò che ci apre ancora al mondo e agli altri. L’inconscio collettivo non è perduto: è un campo di possibilità. E coltivarlo è responsabilità di tutte le generazioni, insieme, nello stesso paese, anche se oggi viviamo in ambienti diversi.

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