Nel film capolavoro di Bergman, "il posto delle fragole", si dice che che un medico dovrebbe chiedere scusa ai suoi pazienti per averli "tenuti a distanza". Ma la cura - vedi l'articolo recente - corre sempre il rischio di trovarsi di fronte a barriere, fino alle barriere tragiche della guerra
Ci si prende cura degli altri e gli altri si prendono cura di noi. Esperienza fondamentale, vitale.
"In che mani finirò?"
L' esposizione alla cura, che può diventare sereno affidamento, vive in qualche misura nello stesso tempo anche il timore dell'affidamento. Chissà che in che mani finirò? Come mi “leggeranno”? Come mi ridurranno le operazioni di quelle mani?
È la grande verità del film di Bergman Il posto delle fragole. La nipote del medico, dopo il viaggio in treno, chiede allo zio: “Ma allora cosa dovrebbe dire infine un medico ad un suo paziente?”. E lui, che era stato medico duro, piuttosto freddo e scostante, che aveva mirato al potere, risponde: “Dovrebbe chiedere scusa”. Si era reso conto durante il viaggio, nel dialogo esigente con la nipote, della verità della cura. “Dovrebbe chiedere scusa” perché, inevitabilmente, un medico durante la cura ha dovuto in qualche modo distanziarsi, “abbandonare” il paziente, viverlo come caso, esaminare soltanto dei sintomi, e “disporre” di lui visitandolo e sottoponendolo ad esami. A volte il medico non ritorna presso quella persona dopo questa operazione, che è un'operazione un po' violenta di lettura sull'altro: a volte non torna presso quella donna, quell'uomo, mettendosi a disposizione, dialogando su come rideclinare la vita da dentro una nuova evidenza fragilità.
Se manca questo “ritorno”, la cura ha dimenticato da dove origina, mentre è importantissimo tenerlo presente, perché la cura possa provare a tenere aperto il tempo.
Una vicinanza che salva la dignità
Una malattia, una disabilità acquisita, un declinare delle facoltà può rendere il tempo “palude e labirinto” come scrive Maria Zambrano, che in modo ricorrente si è dovuta confrontare con serie patologie. Ma il tempo può essere “compromesso” o spezzato da una colpa o da una offesa subita , che vanno a compromettere l’attesa di bene, che schiacciano nel giudizio e nella pena, o nella sofferenza. Che possono ferire il desiderio di vivere e portare vicino al lasciare la presa. Qui solo una prossimità che ha cura può un poco ospitare e tenere accudito un possibile a venire, una dignità personale, un riconoscersi in altro da sé...
La cura è vita messa in comune, colta in comunione, ancora per dono. Anche la cura porta al suo interno elementi di conflitto. Non è semplice sentirsi comunicare una diagnosi problematica, ad esempio, ma non è semplice neppure sentirti chiedere: “che senso ha la sua terapia, che non vedrò nascere mio nipote?”. Eppure si può umanizzare tutto questo, si può provare ad abitarlo. Quando lo si fa si riapre, in certo senso, il tempo, il tempo torna a essere abitabile. Proprio nel senso più semplice: si può desiderare di risvegliarsi domani mattina, piuttosto che non svegliarsi. Questo non vale soltanto per le persone malate, vale anche per moltissimi adolescenti, o per molti adulti che non è detto che desiderino di svegliarsi domani.
Il pericolo, in tempi di guerra: vedere l'altro come minaccia
Vivere queste cose, dirle nel tempo di durezza e di guerra che è il nostro, tempo nel quale la nostra vulnerabilità è messa allo scoperto e le contraddizioni di quello che portiamo dentro sono disvelate, è particolarmente importante oggi: forte è la tentazione di vivere l’altro solo come minaccia.
Dall'altro vogliamo difenderci e, spesso, per farlo allestiamo gli schieramenti che costruiscono il nemico, che giustificano la nostra distanza e la nostra freddezza. E che presto giustificano anche l'esercizio della forza.
È che ci scopriamo capaci di guerra, è così che partecipiamo simbolicamente, affettivamente all'esercizio della forza che altri stanno attuando. È la polarizzazione della guerra: avvelena subito le nostre coscienze.
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Lizzola