Una mentalità corrente pensa che il profitto sia tutto.
Ma ci si è accorti che il tener conto di alcuni valori finisce per essere anche economicamente utile.
Un documento della Chiesa che non si limita ai grandi principi
Nei precedenti interventi abbiamo visto come il principio della massimizzazione del profitto in campo economico (Milton Friedman 1962) storicamente non abbia retto alla prova dei fatti. Si è infatti visto che solo una ponderazione di tutti i fattori in gioco, e quindi anche mediante la subordinazione del profitto non solo alle pure leggi della concorrenza e mercato ma anche ai beni primari, come l’ambiente e la salute, può garantire un proficuo sviluppo socioeconomico. In ciò, la dottrina sociale della Chiesa orientata al perseguimento del bene comune ha offerto e può offrire importanti elementi di riflessione e orientamento all'agire concreto.
Il solo profitto non basta
Negli ultimi anni ci si è resi conto di quanto possa essere rischioso affidarsi al solo principio di massimizzazione dei profitti; che questo non garantisce affatto l’arricchimento e, seppure indirettamente, la crescita della società nel suo complesso ma anzi, specie in una prospettiva a lungo termine, può portare a maggiori e forse irreparabili danni (es. ambientali).
Viene adottato il "codice etico aziendale" che si impegna nella correttezza, trasparenza, onestà, sostenibilità...
Il superamento di tale approccio, ormai considerato inadeguato alle sfide della società attuale, si può riscontrare nella previsione anche a livello legislativo della necessità di adottare, all’interno del Modello di organizzazione e gestione, di Codici etici aziendali (D.Lgs. 231/2001). Si tratta di un documento, avente valore normativo adottato volontariamente dall’azienda, rivolto sia al proprio interno sia alla propria catena di fornitura e partners commerciali, finalizzato a promuovere o vietare alcuni comportamenti che, seppur formalmente leciti sotto il profilo normativo, non corrispondono all’etica e ai valori a cui l’impresa si ispira nell’esercizio delle proprie attività. I valori, oltre ovviamente ad un rispetto sostanziale e non solo formale delle leggi, sono quelli della correttezza, trasparenza, onestà, sostenibilità, della libera concorrenza, del ripudio di ogni discriminazione, della tutela delle persone, della salute, dell’inclusività, della tutela dell’ambiente, etc.
Tali principi, nella logica di una moderna gestione aziendale, non sono considerati un peso o un freno all’azione aziendale, magari adottati solo per evitare sanzioni o danni all’immagine, ma un fattore vincente di competitività che rende l’impresa più forte al suo interno e sul mercato.
Un documento vaticano: non solo grandi principi
Vorrei qui richiamare la “Mensuram Bonam” della Pontificia Accademia Vaticana delle Scienze Sociali (10.11.2022) contenente criteri, principi e linee guida pratiche e metodologiche per coloro che operano nel mondo della finanza, sia come istituzioni che come individui, affinché il loro agire sia coerente con la fede e i valori cattolici: non solo quindi una enunciazione di principi teorici (come nelle encicliche) ma anche una dettagliata declinazione di concreti modus operandi.
Accolto il principio che il perseguimento del profitto debba essere bilanciato con gli altri obiettivi primari - non solo in una logica che potremmo definire utilitaristica in senso buono (valutazione dell’impatto complessivo dell’agire economico in un sistema di costi e benefici per l’intera società), ma anche in una logica di conferire pienezza di senso morale ad ogni aspetto dell’agire umano - non possiamo tuttavia nasconderci che in molti casi tradurre questi principi in scelte concrete non è assolutamente semplice, anzi!
Tradurre nella prassi i principi non è facile. Vedi il caso acciaierie di Taranto...
Pensiamo al caso delle acciaierie di Taranto dove si è messo in gioco il rapporto tra garanzia dei posti di lavoro e pregiudizio alla salute, tra salvaguardia della produzione e tutela dell’ambiente: un equilibrio difficilissimo, e per certi aspetti drammatico, ove tutti i soggetti coinvolti, lo Stato, la politica, l’impresa, il sindacato, la popolazione sono chiamati ad una grave assunzione di responsabilità.
Mi pare tuttavia che una ulteriore conclusione si possa trarre: per affrontare questi temi non basta affidarsi alla norma, alla legge, ma è necessario un riferimento etico che orienti intimamente l’agire umano. Solo attraverso l’interiorizzazione di valori etici condivisi sarà possibile affrontare le sfide che il futuro ci riserva, siano esse legate ai cambiamenti climatici, alla tutela della biodiversità, al rispetto della dignità umana, alla salvaguardia della pace.
Una rivincita, finalmente, dell’etica sulla prassi?