Parlare di scuola oggi significa spesso attraversare un paesaggio narrativo desolato. Nel discorso pubblico, i docenti vengono descritti come stanchi, demotivati, incapaci di stare al passo; gli alunni come distratti, fragili, svogliati, risucchiati dai social. È una rappresentazione che non solo impoverisce la realtà, ma rende quasi impossibile immaginare un futuro diverso.
Vedere possibilità dove sembrano esserci solo limiti
Eppure, chi vive la scuola dall’interno sa che la speranza non è un lusso per anime ingenue, né un’autoillusione per sopravvivere alla fatica quotidiana. La speranza, per un docente, è una competenza professionale: la capacità di vedere possibilità dove altri vedono limiti, di riconoscere germogli dove altri vedono terreno arido, di accompagnare gli alunni non perché siano già ciò che dovrebbero essere, ma perché possono diventarlo. Non è ottimismo cieco. È un lavoro. Un lavoro fatto di osservazione, ascolto, pazienza, tentativi, errori, ripartenze. Un lavoro che si fonda su un principio semplice e radicale: gli alunni cambiano, e quando cambiano loro, cambia anche la scuola.
La speranza, allora, non è un sentimento vago. È un atto pedagogico.
È la scelta quotidiana di credere che, dentro un gruppo di adolescenti spesso feriti, confusi, stanchi, ci sia un’energia che può trasformarsi in responsabilità, creatività, cura reciproca. E questa scelta diventa concreta solo quando la si vede accadere.
Gli adolescenti sono “neonati sociali”
Per questo nella scuola secondaria pubblica di secondo grado ad indirizzo Montessoriano in cui lavoro abbiamo messo a punto le Impresability. Si tratta di laboratori che promuovono abilità imprenditoriali, artigianali, musicali, artistiche in cui ogni alunno sceglie l’attività che lo incuriosisce di più, realizza prodotti/servizi che vengono condivisi nella scuola o sul territorio.
Il presupposto montessoriano delle Impresability è che gli adolescenti sono “neonati sociali” che hanno bisogno di misurarsi con la realtà esterna per diventare adulti consapevoli e responsabili. Quando si fa propria questa premessa e, come docenti, si lavora di conseguenza e a scuola vedo compiersi veri e propri miracoli che si manifestano nei gesti degli alunni e delle alunne di fronte all’imprevisto.
Un’esperienza. Uno spettacolo teatrale. Ci si prepara
Quello che segue è il racconto del miracolo accaduto al termine del primo quadrimestre di quest’anno scolastico. Insieme a una collega che insegna lingua spagnola ho condotto l’Impresability dal titolo Teatri-amo che consiste nel mettere in scena uno spettacolo ogni quadrimestre. Quest’anno abbiamo affrontato La storia della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, di Luis Sepúlveda per approfondire lingua e cultura spagnola.
Il laboratorio prevede più attività articolate anche in modo progressivo. Si inizia apprendendo a respirare per controllare l’ansia, ad allontanare le preoccupazioni della mattina o di casa, a muoversi nello spazio scenico variando ritmi e stili, a immaginare luoghi e situazioni. Incontro dopo incontro accompagniamo gli alunni a costruire un senso di appartenenza avendo loro età diverse, e provenendo dalle sette classi Montessori dell’istituto. Devono imparare a conoscer-si, ma anche a ri-conoscere i propri punti di forza, a sostenersi nelle fragilità. A volte sono i più grandi a prendersi cura dei più piccoli, altre volte accade il contrario: i più giovani propongono cambiamenti al copione, guidano le prove, trovano soluzioni.
Noi docenti scriviamo il copione, ma sono loro a modificarlo man mano che acquistano sicurezza, aggiungendo o togliendo scene e battute. All’inizio leggiamo insieme il testo e lasciamo che scelgano le parti. Preparano piccole audizioni, si propongono come attori e attrici, e insieme scegliamo gli interpreti più convincenti. E se qualcosa non funziona, cambiamo.
È qui che assisto ai miracoli.
Qualcuno riconosce di non riuscire a stare nel personaggio e propone un cambio; qualcun altro si offre di aiutare un compagno a studiare le battute durante le ore di lavoro libero; altri ancora suggeriscono idee per la scenografia o si incaricano del trucco. Si cercano nelle classi, si scambiano consigli, affrontano l’ansia crescente man mano che si avvicina la data dello spettacolo.
Poi arrivano gli imprevisti
Quest’anno gli imprevisti sono stati molti. La docente di spagnolo, amatissima, è stata spesso assente per concorsi e poi ha ottenuto una cattedra in un’altra scuola. Per giorni gli alunni mi hanno chiesto, con angoscia: «E adesso, come facciamo?».
La mia risposta è stata sempre la stessa: «Adesso facciamo!».
La scuola allena a questo: affrontare l’imprevisto, la tempesta che sembra accanirsi, senza arrendersi prima di aver tentato tutto. E di ostacoli ce ne sono stati molti. Eppure, ogni volta, alla domanda «E adesso, come facciamo?», la risposta è diventata collettiva: «Adesso facciamo!».
Ho visto alunni assumersi parti aggiuntive per l’assenza dei compagni; scambiarsi ruoli per rendere più efficace una scena; riscrivere il copione per migliorarlo; chiedere aiuto ad altri laboratori per costruire scenografie; inventare costumi; far ripetere le battute a chi faticava a memorizzarle; progettare trucchi per distinguere gabbiani, gatti e topi; leggere le battute degli assenti per non interrompere le prove.
Non abbiamo mai fatto una prova con tutti presenti. Nemmeno l’ultima settimana. Il giorno dello spettacolo mancava ancora un attore, senza preavviso. I compagni sono venuti a cercarmi: «E adesso, come facciamo?». Prima che rispondessi, una di loro ha detto: «Imparo io la sua parte, prof, non si preoccupi». E non mi sono preoccupata.
Alla fine la gabbianella spicca il volo
Perché quando vedi alunni che, tra dicembre e gennaio, si impegnano a stare in classe per affrontare gli ultimi controlli del quadrimestre e, allo stesso tempo, portano avanti un progetto complesso come uno spettacolo teatrale, capisci che la speranza non è un’illusione. È un fatto.
La scuola insegna a stare insieme, a rispettare gli impegni, a fare anche quando le condizioni sembrano sfavorevoli. Ognuno ha imparato la propria parte, ha studiato il copione, ha approfondito la storia di Sepúlveda, ma soprattutto ha compreso la lezione più importante: si vola solo se qualcuno crede che tu possa farlo.
Come la gabbianella della storia che spicca il volo grazie ai gatti che l’hanno accolta, protetta e accompagnata. Così anche il nostro spettacolo è andato in scena, conquistando compagni, docenti e genitori, tra trovate scenografiche, invenzioni, accenti, poesia e coraggio.
E in quel volo, in quel momento, la speranza non era più un’idea. Era un fatto. Era lì, sul palco di una scuola secondaria di primo grado.
Leggi anche:
Rocchetti