Arrivano, in tutte le esistenze umane, delle notti cupe da attraversare. Allora si ritorna a essere figli e si accetta la cura che gli altri ci riservano
Nella vita personale e nella vita comune ci sono passaggi come notti oscure dell’umano, e passaggi come albe che rompono l’oscurità e rivelano lo svegliarsi di forme. Sono passaggi nei quali ci si gioca in partecipazione, ed in affidamento, sui limitari della vita, quando le cose nascono, o finiscono. E vanno bene vegliate e curate. Gli uni per gli altri, gli uni con gli altri. Ci si alimenta e ci si offre in alimento.
Un figlio sfinito che torna a nascere
Serve, allora, e servirà tutte le volte che questo si vive tra le donne e gli uomini, un presente adeguato a ricevere il sempre poter nascere. Un presente adeguato a sentire l’alito fragilissimo e trepido nell’attesa. Nel respiro di chi è piccolo, di chi è (o torna ad essere) figlio, un poco sfinito. Un presente adeguato è quello che prende respiro nell’incontro tra donne e uomini dalla delicata capacità di attenzione, donne e uomini che l’hanno appresa quando sono stati presi dall’esperienza dello scavo, anzitutto nel corpo.
Nei luoghi della cura si impara di nuovo a sentire il tempo, a sentire l’altro. Lì si apprende un nuovo sapere della propria costitutiva vulnerabilità. Non nella prospettiva del controllo e della risposta (attraverso i saperi e le tecniche diagnostiche e terapeutiche, con i loro protocolli ed interventi) ma in quella della presenza e della responsabilità. Che chiedono la partecipazione al “gioco delle interpretazioni”.
Una debolezza che non si nasconde
L’esperienza della cura assume non di rado i tratti della esposizione alla debolezza irreparabile, ad una fragilità insopprimibile e non celabile. In fondo è una esposizione alla verità più propria della condizione umana, ma diventa difficile sostenerla quando si manifesta in condizioni nelle quali pare quasi impossibile intravvedere varchi verso il futuro, coltivare il senso del possibile, vivere ancora il desiderio.
Tale esposizione è di tanti operatori della cura, di operatori sociali dell’area della marginalità, di tanti educatori. Ma, al fine, è di ogni donna e di ogni uomo, di ogni trama familiare e di prossimità. Il nostro tempo ha diffuso di nuovo questa esperienza, nei luoghi quotidiani dove la vita fiorisce e a volte geme, e nei luoghi dove concentriamo il potere delle tecnoscienze a disposizione della medicina. E il nostro si fa, così, tempo di disvelamento della vulnerabilità propria delle figlie e dei figli d’uomo.
Questo nostro tempo del disvelamento dell’evidenza della vulnerabilità che ci lega in consegne reciproche, in affidamenti e presenze gli uni agli altri, è un tempo nel quale scopriamo la nostra originaria filialità. Infine, in esso “torniamo tutti figli”, in mano d’altri, nella cura.
Una ricerca di forme nuove della vita
Cambia il senso e l’orientamento della cura, della terapia: non è più intervento risolutivo, tanto meno “salvifico”; a volte “stabilizza” a fatica, più spesso rallenta o cerca di contrastare processi.
La diagnostica e l’indagine genetica nello svelare precocemente la presenza di patologie ne permettono, certo, il “trattamento” ma aprono anche a una convivenza a volte prolungata con il proprio essere “minati”, con il proprio finire. E ciò, per essere portato, richiede adeguate risorse culturali, psicologiche, affettive e relazionali.
Il tempo del vivere si fa luogo di ricerca di nuovi significati, di nuove attenzioni, d’una nuova destinazione dei beni e delle presenze. D’un nuovo gusto delle relazioni con le cose e le persone. Anche con il proprio corpo. Si danno lente e sorprendenti riabilitazioni al desiderio e al futuro mentre si provano e si trovano nuovi ritmi e nuove collocazioni, ridislocazioni e risimbolizzazioni affettive dei ruoli (familiari e sociali), ridisegni di storie e progetti personali.
Tutto l’operare, il dire, il disegnare alleanze terapeutiche e comunicazioni nelle realtà della cura e dell’assistenza, come in quelle di ogni prossimità e vicinanza, viene “compromesso” in questa ricerca di forme nuove della vita personale, familiare, della convivenza. Una “compromissione” che può assumere la forma del dono del tempo, della tessitura impegnativa d’una abitabilità comune del tempo. Quello che si dà, e che si può aprire.