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La pace rimossa. Riflessioni sulla spirale bellica

Il Cremlino assicura: "La Nato è di fatto già in guerra con la Russia". Le parole della pace sono state smarrite. Sembra che la guerra sia diventata la nuova normalità alla quale ci stiamo adeguando

 

 

Nella lettura dei quotidiani di qualche giorno fa, esattamente di martedì 16 settembre 2025, mi sono trovato a fare i conti con  le parole del portavoce del Cremlino: «La Nato è di fatto già in guerra contro la Russia». Mi sono reso conto di non trovarmi solo innanzi a una rimostranza politico-diplomatica ma a qualche cosa di più inquietante: al segno di un mondo che ha smarrito la lingua della pace, e che la sta sostituendo con quella della contrapposizione. Persino il cielo, attraversato da droni e velivoli che sconfinano, sembra diventato il teatro di un conflitto senza più confini.

Dentro la trama di accuse e contromisure, tra sanzioni annunciate e manovre militari sempre più vaste, emerge la vera difficoltà del nostro tempo: nessuno sembra più credere che sia possibile fermarsi. I vertici rimangono sulla carta, i negoziati non partono nemmeno. Si parla di incontri, ma li si definisce subito «inutili». Si invoca la difesa, ma non la ricostruzione. Sembra che la guerra sia diventata la nuova normalità alla quale ci stiamo adeguando.

La guerra come abitudine mentale

La guerra non è fatta solo di battaglie: è anche un’abitudine mentale che si insinua nelle parole, nei gesti, nelle decisioni politiche. Quando ogni notizia viene interpretata come conferma dell’inevitabilità dello scontro, la pace smette perfino di essere immaginata. Così, nei corridoi delle cancellerie, si discute soltanto di nuove sanzioni, di nuovi confini da fortificare, di nuovi schieramenti militari.

Ma davvero il cammino verso la pace può passare dall’inasprimento delle punizioni economiche e dal moltiplicarsi delle armi? La storia insegna che le sanzioni colpiscono soprattutto le fasce più deboli delle popolazioni, che finiscono per pagare due volte: con la vita dei figli e dei giovani mandati al fronte e con il peggioramento delle proprie condizioni di esistenza, senza alcun beneficio reale. Le esercitazioni militari ai confini alimentano la paura più che la sicurezza. Dietro ogni scelta strategica, infatti, non ci sono solo calcoli geopolitici, ma milioni di vite piegate dal peso di guerre interminabili.

La possibilità di gesti diversi

Eppure, anche nei contesti più duri, resta sempre la possibilità di un gesto diverso. La stretta di mano tra un ministro bielorusso e un ufficiale statunitense durante delle manovre non è solo un atto protocollare: è il segno che lo spazio del dialogo non è mai del tutto chiuso.

È fragile, certo, ma ricorda che la pace inizia da segni piccoli, non da proclami roboanti.

L’odio non può essere il nostro destino

L’odio, si dice, è insondabile. Ma non è un destino inevitabile: è un processo che cresce se non viene interrotto. E qui sta il compito vero della politica, soprattutto in Europa.

Non si tratta di negare le responsabilità o di cedere di fronte alle aggressioni, ma di osare un cammino diverso: aprire spazi di riconciliazione, inventare nuove forme di mediazione, ridare dignità alla diplomazia.

La pace non nasce da una resa dei conti, ma da un superamento. È l’arte difficile di spegnere le accuse prima che diventino armi. In un’epoca che ha normalizzato il conflitto, il pensiero pacifista non è un lusso ingenuo: è l’unica prospettiva realista, perché senza pace non c’è futuro.

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