Papa Leone ha invocato la pace nel primo messaggio, il giorno della sua elezione. Un vescovo, Erio Castellucci, in una lettera indirizzata alle Chiese di Modena-Nonantola e Carpi, riprende il discorso, con preziose indicazioni per chi ha a cuore il tema cruciale della pace
La pace sia con tutti voi! Fratelli e sorelle carissimi, questo è il primo saluto del Cristo Risorto, il Buon Pastore, che ha dato la vita per il gregge di Dio. Anch’io vorrei che questo saluto di pace entrasse nel vostro cuore, raggiungesse le vostre famiglie, tutte le persone, ovunque siano, tutti i popoli, tutta la terra. La pace sia con voi! Questa è la pace del Cristo Risorto, una pace disarmata e una pace disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente.
Queste sono le prime parole che papa Leone XIV ha pronunciato dalla Loggia centrale di San Pietro il giorno della sua elezione, giovedì 8 maggio 2025. Parole che sono risuonate forti anche in questi mesi di conflitti senza fine, di violenze indiscriminate e, molto spesso, impunite.
La lettera di un vescovo. La pace né di destra né di sinistra
‘“Cristo è la nostra pace”, disarmata e disarmante’. Questo è il titolo scelto da mons.Erio Castellucci per la Lettera pastorale indirizzata alle Chiese di Modena-Nonantola e Carpi. Un testo che merita di essere letto (si può scaricare dal sito:www.chiesamodenanonantola.it) e che ha la forza della denuncia e dell’ostinazione per la pace che dovrebbe caratterizzare ogni uomo e ogni cristiano:
L’impegno per la pace non è di destra o di sinistra: è semplicemente un dovere. La manipolazione politica che purtroppo, specialmente nel nostro Paese, riesce ad infiltrarsi in ogni angolo, anche dentro le comunità cristiane, corrode e guasta l’impegno condiviso per la pace. Ogni guerra, soprattutto “la guerra” per antonomasia, che è quella armata, corrode tutte le dimensioni dell’essere umano e tende semplicemente alla distruzione. Per questo ogni persona e ogni popolo dovrebbe essere contro la guerra, a prescindere dalla visione religiosa, politica o ideale che abbraccia. Chiunque sia a favore della vita, in ogni sua fase, deve essere contro la guerra, senza trovare alcun motivo di giustificazione per essa».
Rimando al testo della Lettera che è molto ricco e che si presta a discussioni e confronti dialettici.
Cinque azioni alla portata di tutti, "pentagono di pace"
In questo articolo, mi preme sottolineare il “pentagono della pace” che mons. Castellucci, sulla scia delle parole di papa Leone, propone alla comunità cristiana. Cinque azioni alla portata di tutti, perché non ci sia spazio all’impotenza e alla rassegnazione.
«Cinque azioni: un pentagono che, a differenza di quello statunitense, ormai sinonimo di strategia bellica, è un pentagono di pace. Nessuno dei suoi cinque lati per un cristiano è trascurabile. È un pentagono che costituisce, del resto, il tessuto quotidiano dell’azione ecclesiale, quella che chiamiamo “pastorale” delle nostre comunità».
- Primo, sdegnarci e alzare la voce: il disarmo delle coscienze. Contro un’anestesia emotiva che sta conquistando il mondo, il testo ricorda l’espressione della tradizione cristiana, la “santa indignazione”, da non confondersi con un semplice fuoco di paglia. Piuttosto è una “brace”, che arde costantemente, ed è risposta alla pace che Gesù porta: non l’apatia e l’insensibilità (l’essere lasciato in pace), ma la spada, che trafigge l’indifferenza e la comfort zone. Lo sdegno va alimentato come “spia” per tenere desta la coscienza, contro il sonnifero dell’acquiescenza al male.
- Secondo, favorire il dialogo: il disarmo delle parole. Né il mettere tra parentesi le diversità, né il fondamentalismo che ostenta identità sono generatori di pace. Entrambi soffrono la stessa carenza di maturità e mancano di interesse per il dialogo. L’identità cristiana è per sua natura aperta: l’incarnazione del Figlio con ogni essere umano, permette di vedere in ciascuno l’impronta del Padre creatore e dà occhi per riconoscere l’azione dello Spirito, che regala ovunque i suoi frutti. Il Credo ha nella sua struttura portante i fondamenti del dialogo. «L’annuncio cristiano si innesta quindi dando e ricevendo (Gaudium et spes 43-45), in un dialogo che dichiara esplicitamente i propri fondamenti». Il contributo ecclesiale alla pace non si accontenta di qualche rimando alla fratellanza universale o all’ordine sociale, ma scava nel tesoro del Vangelo e della Tradizione, per estrarre “cose nuove e cose antiche” (cfr. Mt 13, 52), fondando nel Signore Gesù ogni azione, e cercando in questo pilastro l’incontro con tutte le altre visioni della vita, e in concreto con le donne e gli uomini “di buona volontà”. In questa ricerca i cristiani incrociano tanti compagni di viaggio che, da sponde differenti, cercano la pace: e con loro provano a costruirla.
- Terzo, pregare e intercedere: il disarmo delle anime. Le Scritture bibliche ricordano che la pace va invocata. Ma a che serve pregare? La preghiera disarma le anime. "Il primo effetto della preghiera per la pace è proprio quello di curare le ferite di chi si rivolge al Signore: perché avverte che non ha senso invocare la pace se non la accoglie prima di tutto dentro di sé. I discepoli di Gesù sanno che la preghiera non è un esercizio facile: non tanto per l’attenzione mentale che richiede, quanto per la verifica esistenziale che attiva. L’orazione cristiana è diversa dalla meditazione, pure utile e necessaria; è risposta a Dio, che – in quanto tale – prende le mosse dalla sua Parola". La sua forza nasce dalla comunione tra i discepoli; culmina nella più grande invocazione per la pace, quella dell’eucaristia.
- Quarto, rimboccarci le maniche e aiutare: il disarmo delle mani. Il senso di impotenza nasce dalla sproporzione tra l’imponenza delle atrocità oggi sotto gli occhi di tutti e l’esiguità di ciò che possiamo “fare” per cambiare il corso degli eventi. È come se dovessimo ricostruire un grattacielo crollato, avendo a disposizione solo le nostre mani e le pietre accatastate. Ma la percezione di debolezza deve evitarci di scivolare nell’immobilismo, nella rassegnazione e nella disperazione. Per quanto sembri una goccia nell’oceano, il nostro aiuto non può mancare. La prima azione è paradossalmente una “non azione”, o meglio una “non reazione”. L’educazione alla nonviolenza si concretizza nell’agire individuale, ma anche in quello in rete, "entrando in associazioni, fondazioni o altri enti, il cui scopo è quello di soccorrere le vittime delle guerre. La rete è anche quella delle comunità cristiane, sia cattoliche sia ortodosse e protestanti, che spesso attivano strutture di accoglienza e di assistenza. E poi tutti, nella società democratica, possiedono 'l’arma pacifica' del voto, con il quale è possibile orientare le politiche locali e nazionali al dialogo, all’accoglienza e alla pace". Per questo è necessario attivare in ogni diocesi percorsi di educazione alla nonviolenza, come papa Leone ha chiesto ai vescovi italiani.
- Quinto, testimoniare e rimanere fedeli a Gesù: il disarmo dei cuori. Più che della guerra preventiva, che non ha nessun fondamento nel diritto internazionale, c’è bisogno della «pace preventiva», che nasce dal mandato di Gesù e che i discepoli donano senza aspettare la reazione. Ogni ambiente di vita può educare alla pace, come già accade in tanti «santi della porta accanto»: il testo in particolare ricorda il beato Odoardo Focherini (giornalista e dirigente d’azienda, ha contribuito alla salvezza di molti ebrei, perseguitati dai nazisti, terminando la sua vita nel campo di sterminio di Hersbruck; ed è stato dichiarato Giusto tra le Nazioni a Yad Vashem) e don Elio Monari (professore ed educatore, è diventato durante la Resistenza un punto di riferimento dei partigiani cattolici, rifiutando decisamente la violenza e dedicandosi al soccorso di tutti: venne arrestato dai nazisti mentre amministrava i sacramenti a un uomo, gravemente ferito, forse proprio un tedesco; fu torturato a Villa Triste e ucciso a Firenze), oltre a san Francesco. «Non c’è pace senza perdono: e il perdono richiede, allora come oggi, la mediazione dei santi».
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Rocchetti