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La Flottilla e le piazze: il nostro Giubileo civile

sciopero CGIL

 

Centinaia di barche partono per Gaza, folle enormi riempiono le piazze. La Bibbia stabilisce che, ogni venticinque anni, gli schiavi devono essere liberati, i debiti condonati e la terra stessa deve riposare: è il Giubileo. La Flottilla e le piazze possono essere visti come il nostro Giubileo civile

 

Il "sistema" sociale e culturale moderno non conosce riposo

«Il capitalismo è la celebrazione di un culto “senza tregua e senza pietà”. Non ci sono “giorni feriali”; non c’è giorno che non sia festivo, nel senso spaventoso del dispiegamento di ogni pompa sacrale, dello sforzo estremo del venerante» (W. Benjamin, Il capitalismo come religione, 1921). Con la consueta lucidità e profezia Benjamin scriveva queste parole all' alba di un ventennio tristemente cruciale.

Oltre ad essere parole che sembrano scritte oggi, contengono una profezia profonda: il sistema economico, sociale e culturale nel quale siamo completamente immersi non conosce riposo. Il lavoro non toglie mai il suo giogo: nessuna ora, nessun giorno, nessun tempo è diverso dagli altri.

Il virus silenzioso del neoliberismo che ci ha trasformato in consumatori perenni e in divoratori rapaci sembra non avere antidoti. Inghiottiti in un vortice, ci sentiamo sempre così tremendamente impotenti e inermi.

La Bibbia, il Giubileo e la rivoluzione del riposo

Eppure, la Bibbia, in particolare al capitolo 25 del Levitico, ci propone un modello alternativo: il Giubileo. Sì, perché prima di tutto il giubileo è una faccenda sociale ed economica. Tre erano i pilastri di questa istituzione: la terra, i debiti, gli schiavi. Nel Giubileo si dovevano compiere, con maggiore radicalità, i gesti di fraternità umana (debiti e schiavi) e cosmica (terra e piante) che si celebrano ogni sette anni nell’anno sabbatico.

Si tratta di uno straordinario dispositivo biblico che scompagina lo scorrere consuetudinario del tempo: il riposo innesca una rivoluzione sociale verso i più poveri e verso la propria terra.

La flottilla e le piazze piene: una resistenza al dogma della produzione

Le ultime settimane sono state costellate da manifestazioni di piazza e da un’iniziativa non violenta, come quella della Global Sumud Flottilla, che avevano un obiettivo: riportare lo sguardo sulla tragedia di Gaza. Al di là delle narrazioni e delle fazioni, tutti i media ne hanno parlato. Sono state migliaia le persone scese in piazza per l'arresto delle attiviste e degli attivisti della Flottilla: movimenti che in Italia non si vedevano da anni.

Ma cosa c'entra con il Giubileo? Beh, potremmo dire che sia la missione della Flottilla sia la scelta di migliaia di persone di scendere in piazza siano, alla pari del Giubileo, una resistenza all'idolatria dell'individualismo e al dogma della produzione. Per anni abbiamo sentito parlare di indifferenza, assuefazione e rassegnazione. Salire su una nave per forzare un blocco navale illegale così come scendere in piazza sono azioni che scardinano lo scorrere del tempo e le abitudini: salire su una barca per portare aiuti significa rinunciare a sé stessi, al proprio tempo, persino ai propri affetti più cari per un bene collettivo, quello di accendere i riflettori su un popolo vittima di genocidio. Scioperare per Gaza significa rinunciare ad un giorno di stipendio e di lavoro per dire con il proprio corpo no alla guerra e alla distruzione di un popolo.

A cosa serve? Serve a dire che non è vero che ogni cosa deve essere utile

A cosa serve? - hanno chiesto in tanti, schiacciando l’occhiolino al virus dell'utilitarismo. Mi verrebbe da rispondere con un liberante: a niente! Ed è proprio questa la rivoluzione: come nel Giubileo, anche nelle piazze e sulla Flotilla accade l'inedito, il non prevedibile: la fraternità si incarna in volti e precede tutto, in primis la sovrastruttura economica dell'individuo e del tornaconto.

Come un tarlo silenzioso e potente, essere corpo su una nave e in una piazza ha eroso, per un giorno, quel paradigma malato per cui "ogni cosa deve essere utile". Scendere in piazza e salire su una barca sono atti inutili, vuoti a perdere che scardinano le nostre ossessioni di performatività. Per una volta, giovani, adulti, bambini, ragazze e ragazzi, anziani hanno detto no al lavoro, alla scuola, più in generale alla routine frenetica per riposarsi, come direbbe la Bibbia.

Per respirare e sentirsi parte di qualcosa di più grande. Per gridare l'indignazione. Per ribadire il desiderio di giustizia. Per dire: No, nessuno é padrone della terra, delle piante, degli esseri viventi, dei popoli.

In piazza c'era un'aria commossa, lacrime e felicità. Liberati dall'utile e dall'individualismo, in piazza e sulla Flotilla, c'erano uomini e donne riguadagnati a sé stessi. E c'era uno strano senso di pienezza: quello forse di aver dato spazio, per la prima volta dopo tanto tempo, all'umanità.

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