Si parla molto di Intelligenza Artificiale. Ma educare è molto diverso dal raccogliere dati e dal mettere insieme cifre. Resta necessario il rapporto diretto e la proposta di visioni comprensive e globali. E si deve parlare di speranza, di desiderio e di virtù
Che cosa significa educare nel tempo della Intelligenza Artificiale
Siamo chiamati a raccogliere le sfide dell’educazione oggi, abbiamo ancora una missione da compiere. Un compito educativo per questo tempo. Compito affascinante che ci consegna un impegno di benedizione. Un impegno per noi e per le generazioni future.
Perché questo è un tempo che richiede di ritrovare una visione di insieme, anche se non totalitaria. Un tempo che chiede di riconnettere spazi, ambiti, pensieri, competenze che si sono separate. Ma è un tempo buono: è il nostro tempo. Un tempo per tornare ad educare il pensiero e pensare l’educazione.
In tempi di enfasi sull’intelligenza artificiale, è necessario ritrovare esperienze di pensiero che non si fondino semplicemente sulla raccolta di dati o di informazioni, che non abbiano come loro modello solo degli standard prestabiliti o delle misure, ma che facciano vivere intuizione, contemplazione, empatia, dialogo, ascolto - tutte forme di pensiero sconosciute all’intelligenza digitale – senza le quali l’uomo si riduce ad essere, come cantava Fabrizio De André, un “un cinghiale che sa fare equazioni”.
Cosa significa educare a pensare
Oggi si tende a negare l’educazione al pensiero, perché tutto è soffocato e vorrebbe essere annullato dalla tecnica e dalla didattica, che rappresentano senz’altro strumenti e metodi necessari all’educare, all’approccio al pensare, ma non sono in sé educazione al pensiero.
Essere istruiti non significa essere pensanti. Essere eruditi, avere tante nozioni, non significa aver aperto l’occhio dell’intelletto sulla realtà. Non è possibile, infatti, affrontare i grandi compiti e le grandi transizioni che la modernità chiede senza pensieri nuovi, intuizioni vive, coraggio per esperienze istituenti che siano in grado di inserire paradigmi adeguati al ritmo accelerato di cambiamento che stiamo vivendo.
Non si può consegnare il tema dell’innovazione unicamente al pensiero tecnocratico, che si prende tutto.
Questo è il protagonismo delle istituzioni educative, su questo andrebbero fatte competere: sulla loro vocazione alla creatività e alla profezia; su questo si fa esperienza di essere cittadini sovrani e pensanti; un’esperienza che va coltivata con cura e disciplina sin dall’infanzia. Questa è l’esperienza concreta che lega moralmente la libertà alla responsabilità.
Tre “semplici” Questioni
Farò qui brevemente riferimento a tre questioni che sollecitano il pensiero e un pensiero, alla luce della complessità dell’oggi e nella prospettiva del futuro.
A proposito di speranza contro lo strapotere delle macchine
1)Bisogna saper vivere di speranza e parlare di speranza senza illudere sul futuro. E non è poi così facile o da dare per scontato. In un tempo in cui il futuro e l’immaginario del futuro sono completamente colonizzati dalle scoperte tecnologiche, la speranza, se vuole ritrovare la sua forza di apertura sulla vita, non può che riscoprire l’invisibile della realtà.
Si tratta così di avere il coraggio di rimettere il senso della vita nella vita delle persone, di gridare che la vita non può essere vissuta senza un senso. L’esperienza della speranza è così non la certezza che tutto finirà bene, ma che quello per cui stiamo lottando vale la pena di essere perseguito.
Se di futuro si vuole ancora parlare in relazione alla speranza, si tratta di quello che ci viene incontro attraverso la Grazia, non di quello che possiamo costruire noi con forza e volontà di potenza.
Ecco allora che la speranza ritrova qui il suo vestito teologale, porta che ci apre alla dimensione eterna dell’oggi, che nessun potente, nessun potere potrà mai portarci via.
La speranza che ci fa riaprire il gusto del senso della vita è l’unica vera barriera allo strapotere di funzionamento delle macchine, a cui l’uomo sembra fatalmente rassegnato. Mai come oggi, in particolare l’Occidente, è malato di fatalismo, di un fatalismo che egli stesso ha pianificato e preordinato.
Si rendono necessarie allora in educazione esperienze di speranza, concrete, coraggiose, persino trasgressive, capaci di riconnettere la vita delle persone più giovani con la realtà tutta; capace i di fargli assumere responsabilità e fiducia nel contribuire al bene delle proprie comunità; capaci, in buona sostanza, di far incontrare l’altro, uscendo da un’immagine di sé irrigidita dall’individualismo esasperato.
L’educazione alla speranza richiede di liberarsi e liberare consapevolmente dalla paranoia del tutto previsto-tutto organizzato-tutto sicuro-tutto sotto controllo.
A proposito di "specialismo" contro ogni forma di spacchettamento
Un altro punto emergente e particolarmente importante oggi è sottrarre l’educazione allo “specialismo”, questo è proprio ciò che l’ha svuotata del “senso”.
L’educazione non si può dividere e “spacchettare”, dando ad ogni “specialista” il suo pezzo, perdendo di vista il suo misterioso insieme, il suo mistero. L’educazione è una dimensione antropologica: solo l’uomo educa, ed educa tutto l’uomo. Potremmo anzi dire che l’uomo è “educatore” ed “educando” tutta la vita.
Educare ed essere educati per tutta la vita è proprio di quella creatura che si chiama uomo. Tutto questo è molto più che tecnica di insegnamento e di apprendimento, conoscenza specialistica, molto di più, e molto più profondo.
La confusione che si è fatta, in maniera sempre più evidente nella modernità, che ha espulso il senso dall’orizzonte umano, è quella di ridurre l’educazione a formazione, istruzione, addestramento, informazione, abilitazione all’apprendimento… tutti “specialismi” anche utili, ma che non sono in sé “educazione”.
A proposito di educazione alla vocazione e contro ogni estraneità fra desiderio e virtù
Così, alla fine, si richiede un’ educazione alla vocazione dell’esistere e nell’esistere, che è l’incontro fra desiderio e virtù. Abbiamo tutti bisogno di sentire di avere una vocazione per abbracciare una vita di senso.
Una indicazione educativa preziosa potrebbe essere quella tenere in relazione la virtù con il desiderio. Cosa voglio dire? Il desiderio senza virtù non si ancora, non si radica, non chiama. È la virtù la terra capace di accogliere il seme del desiderio e farlo davvero fruttificare.
La virtù sa condurre il desiderio alla trasformazione di noi stessi, e non lo brucia in un istante; lo porta a trovare una forma, ad accettare il limite, in qualche modo lo redime dalla presunzione o dalla prepotenza.
Il rapporto tra desiderio e virtù è come il rapporto che c’è tra cielo e terra, tra grembo e vita. Nel nostro tempo, altrimenti, anche i desideri si consumano e ci consumano senza produrre vita.
Viceversa staccare le virtù dal desiderio significa ridurle a prescrizione moralistica, togliere loro il senso, renderle sterili e così insterilire noi stessi e ogni nostra relazione, con gli altri e con Dio, costringendola dentro la legge e il legalismo.
Quando noi diciamo che siamo “in stato di grazia” intendiamo esattamente quello stato o quel momento dell’incontro tra desiderio e virtù, che non viene da noi, ma che abbiamo accolto in noi dalla vita e che genera vita, vita vera: ci siamo fatti attraversare dal “de-sidera” che viene dalle stelle e ci siamo predisposti alla virtù che viene dalla carne e dalla terra.
Solo l’incontro fra virtù e desiderio rende l’una e l’altro generativi di senso e di vita.