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Il ruolo dell’arte in un mondo in conflitto

soldier in war scene

Ora che a Bergamo... sono successe tanti eventi inattesi... sembra venuto il momento in cui anche gli artisti dovrebbero dire da che parte stanno

 

Ora che a Bergamo si è riaperto il Museo Bernareggi con le sue opere del patrimonio diocesano, con il suo carico di memoria e di storia dall’antichità alla modernità…

Ora che a Bergamo sta per chiudersi il percorso visivo tra Città Alta e Città Bassa chiamato “Cattelan-season”, operazione artistica che, come recita la locandina, invita a riflettere sul fluire del tempo e sulla funzione della creatività umana con la sua complessità e intensità…

Ora che anche a Bergamo abbiamo rivisto i colori delle bandiere della pace, gli striscioni, le scritte al presidio davanti al comune per accompagnare il viaggio della Flotilla, la marea variopinta dei cortei così intensamente vissuti dai convinti partecipanti…

ora è il momento di chiederci, tra le altre questioni, se queste scelte coraggiose di umana partecipazione artistica possano contare qualcosa sul cambiamento degli atteggiamenti comuni. Quale dovrà essere il ruolo dell’arte nel contribuire a coraggiose nuove visioni rispetto ai temi di fondo: pace, terra, dignità, disarmo, diritti civili, relazioni umane, dopo la catastrofe delle scelte di guerra?

Appello agli artisti

Occorre che anche gli artisti dichiarino, con un poco più di coraggio, da che parte stanno, prima con le scelte di vita e poi con le loro opere.

Non può esistere un’arte che sia rivolta solo all’indagine estetica o sottoposta alle leggi di mercato; un’arte che metta al centro i disvalori dell’individualismo, dell’egoismo, della predazione, della violenza istituzionalizzata, della separazione e dei confini.

Limpidi e chiari, i messaggi artistici sono oggi chiamati alla condanna di ogni violenza, al rifiuto di un mondo armato e in preda alla paura. Il linguaggio artistico è prima di tutto civico e umano.

Si pensi, ad esempio, al coraggio di Kathe Kollwitz nel 1945 che, nell’ultimo manifesto prima di morire ha redatto l’esplicito messaggio rivolto all’assoluta negatività di ogni possibile richiamo dei giovani alle armi.

Questo infine è il mio testamento: i frutti da semina non devono essere macinati. La donna ha raccolto i giovani sotto di sé per proteggerli dall’arruolamento. Questa esigenza, come “mai più la guerra”, non è un nostalgico desiderio, ma un ordine. Un’esigenza (Diario, 1941).

(Didascalia: “I frutti da semina non devono essere macinati” (citazione dal Lehr-brief di Goethe) litografia cm.37x39,5)

Esiste una Biennale di Gaza, ma non è in Palestina

Pensare all’arte, in quella terra martoriata, martoriata comunque anche adesso che sembra baluginare la pace, può sembrare superficiale. Eppure, scriveva Murad Al-Assar, artista di Gaza:

Sotto i bombardamenti l’arte è diventata per me un mezzo di sopravvivenza. Attraverso la pittura ho potuto liberare il dolore e l’angoscia, trasformando la paura in immagini che raccontano le nostre storie. Questa esperienza mi ha insegnato che dipingere non è solo uno spazio estetico, ma una testimonianza delle nostre vite e un mezzo per trasmettere la nostra voce al mondo. (Didascalia: Photograf.  Remains of waiting, 2025)

Perché io possa scrivere poesie che non siano politiche

Devo ascoltare gli uccelli
E per sentire gli uccelli
Gli aerei da guerra devono tacere (Marwan Makkhouli)

La Biennale di Gaza, avviata come progetto nel 2023, non è mai stata realizzata nel territorio. Tuttavia, gli artisti della Striscia – una trentina – hanno inviato fotografie dei loro lavori all’estero. Ad Atene, a Londra e a Brooklyn sono programmate tre mostre itineranti intitolate “In the line of fire. Miracles amidst ruins” con le riproduzioni delle opere prodotte in Palestina ed oggi sepolte sotto le macerie.

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