Famiglie di una persona sola. Raddoppiate in 33 anni

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“Famiglie di una persona. In città più 92% in 33 anni”.
Così l’Eco di Bergamo titolava in prima pagina un interessante articolo Domenica 7 Novembre, che disegnava una realtà cittadina sorprendente.

Famiglie di una persona sola. Raddoppiate in 33 anni, dunque. Siamo portati a pensare che il tessuto sociale della città di Bergamo sia, per la grande maggioranza, ancora composto da famiglie. Ma così non è più, considerato che il 46,1% dei nuclei è formato da una sola persona (impropriamente definiti “unifamiliari”).

Si tratta di 27.023 nuclei, pari a poco meno della metà del numero complessivo di famiglie.

Ancora più impressionante è il breve lasso di tempo in cui si è realizzata questa crescita. Come dice il titolo dell’articolo in 33 anni i single sono quasi raddoppiati. Se si mantiene questa tendenza nell’arco di qualche decennio costituiranno la stragrande maggioranza. Al momento, conteggiate come singole persone, rappresentano circa il 23% di tutta la popolazione.

Gli anziani soli, i giovani che escono di casa

Analizzare questo dato in termini di conseguenze sociali, economiche, relazionali e via dicendo è un lavoro estremamente complesso. Se ne occuperanno gli esperti. Mi preme solo abbozzare qualche considerazione di carattere pastorale.

Purtroppo la statistica pubblicata riporta solo il dato aggregato, senza delineare le caratteristiche dei single.

Si accenna solo al fatto che in parte sono costituiti da persone anziane che vivono sole.

Intanto le bandanti presenti in casa spesso molte ore al giorno non vengono considerate in qualche modo facenti parte del nucleo familiare. L’incremento della durata media della vita ha chiaramente un peso sulla percentuale finale. Allo stesso tempo però dobbiamo considerare che un contributo probabilmente molto rilevante viene da giovani che intraprendono una vita al di fuori della famiglia di provenienza e non avviano a loro volta la costituzione di una famiglia nuova nè hanno intenzione, almeno nel breve – medio periodo, di farlo.

Prima non si sposavano in chiesa, poi non si sposavano in comune, adesso neppure convivono…

Questa evidenza stravolge il percorso di formazione della famiglia che siamo soliti immaginare. Non solo, ma distoglie, su un piano più strettamente antropologico, la centralità della relazione di coppia nel cammino verso l’adultità. Schematizzando molto siamo passati, nell’arco di qualche generazione, dal constatare che molti giovani non si sposavano più in Chiesa, poi non si sposavano più del tutto, nemmeno col rito civile. Però convivevano, riconoscendo l’importanza del condividere sotto lo stesso tetto affetti, progetti, tempo, soldi. Adesso la scelta che potrebbe diventare prevalente, almeno in prima battuta, è quella di vivere da soli. Chiaramente questo non preclude la possibilità di una vita ricca di relazioni, ma al di fuori di quel profondo coinvolgimento umano che comporta la convivenza.

Nella progettazione dell’azione pastorale delle nostre comunità parrocchiali tendiamo a mettere sempre al centro la famiglia nelle sue diverse componenti. Mettiamo in atto una estrapolazione che si rivela ormai indebita, ovvero che all’interno di una famiglia rientri la grande maggioranza della popolazione.

Sarà utile prendere atto che non è più così

e che ragionando in questo modo tralasciamo quasi un quarto dei nostri concittadini. Inoltre, questo è quanto accade ora, ma a breve saranno molti di più. Se non vogliamo perdere ulteriormente il contatto con un mondo che in rapidissimo cambiamento rispetto al passo ecclesiale è opportuno che iniziamo a tenerne conto, anche nelle nostre parrocchie.

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