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Faticoso esodo e timide speranze

Il nostro tempo è tempo d'esodi, di rischioso passaggio.
Tempo di attraversamento di frontiere, di faticosi confronti con l'altro.
Ma anche tempo di meraviglia e di attesa

Passaggio e svelamento

Il tempo che s’è avviato almeno da una generazione ha i tratti antichi di un tempo d’esodo, tempo di rischioso passaggio. Ma, insieme, è tempo che ha tratti assolutamente inediti di rottura e disvelamento. Anzitutto l’esodo riguarda non un popolo ma tutta l’umanità, mentre vive duri e profondi conflitti, relazioni difficili tra le diversità che porta ravvicinate al suo interno, peso delle memorie ferite e fatica pesante di fraternità impossibili.

Avvertiamo disorientamento, incertezza, timore in anni segnati dalle crisi, dalla pandemia, dalle violenze del terrorismo e della guerra

L’esodo nel quale viviamo è tempo di superamenti ed attraversamenti di frontiere. È la realtà attuale di una umanità che non è mai stata così potente, e dal destino comune intrecciato e interconnesso a quello della vita e del pianeta. Avvertiamo disorientamento, incertezza, timore in anni segnati dalle crisi, dalla pandemia, dalle violenze del terrorismo e della guerra. Anni di fatica e di timore della relazione con l’altro, con il diverso.[1]

La diversità come prova

Nell’estrema vicinanza la diversità è una prova: “l’etimologia biblica ci rende avvertiti –nota il teologo brasiliano Luiz Carlos Susin – vicinanza e male hanno una radice comune, sicché l’amore del prossimo e l’amore del nemico sono in realtà due forme per esprimere il medesimo comandamento”.[2] L’estrema vicinanza ci porta anche chi “ci fa del male” e a volte “ci fa portare del male” ad altri. Produce ricerca di sicurezza degli uni contro gli altri, fa elevare barriere interiori ed esteriori. Orienta a sospettare nell’altro prevalentemente il male, ma anche a trattare in noi con ciò che consideravamo male, sopraffazione, ingiustizia.

La diversità che ci attraversa nella estrema vicinanza è una prova, obbliga a fare i conti con ciò che portiamo nel cuore: anche con il fondo oscuro di timore e di male, di distruttività che teniamo in noi. E che avvertiamo nel vicino. Che dà forma alle nostre rappresentazioni, alle nostre idee. 

Ma questo tempo d’esodo si offre e avviene anche sotto un altro segno, quello della meraviglia

Ma questo tempo d’esodo profondo e nuovo, per noi donne e uomini delle generazioni dell’attraversamento, si offre e avviene anche sotto un altro segno, quello della meraviglia: per come la vita cerchi vita, per la forza dei percorsi di  incontri quasi impossibili, quelli della riconciliazione e della generatività, della tessitura di relazioni giuste, segnate da riconoscimento, attenzione e cura. Meraviglia stupita e grata specie di fronte a realtà in cui i deboli possono essere ancor più in balia dell’arbitrio, della indifferenza e della violenza.

Tempo di schieramenti. E di guerra

Questo emerge anche nel tempo di guerra che stiamo vivendo: tempo di schieramenti e di durezza, di freddi giudizi semplificanti calati come separazioni o come gabbie. Le frontiere e le divisioni non sono solo tra popoli e tra persone ma attraversano gli spazi interiori, ridanno forma alle memorie e ai miti, come alle attese e ai destini. Proprio in mezzo alla tormenta, alla piena impetuosa, c’è però chi riesce a serbare forza e lucidità, integrità interiore. Riesce a vivere la frontiera come incontro di ricerche di vita di fronte alla violenza e al dolore. Confini per contatti ed intrecci di racconti e consegne reciproche, per scambi e meticciati inediti. Tra uomini e donne non innocenti.

Donne e uomini capaci di riconoscersi in una attesa di bene che attraversa fronti e frontiere

Donne e uomini sospesi sulla loro vulnerabilità e capaci di riconoscersi in una attesa di bene che attraversa fronti e frontiere. Quelle di cui scrive Simone Weil in La persona e il sacro. “Dalla prima infanzia sino alla tomba qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano, nonostante tutta l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che gli venga fatto del bene e non del male. È questo, anzitutto, che è sacro in ogni essere umano.”[3]

Riscoprire la comune partecipazione all’avventura fragile (e preziosa) dell’umano; riscoprire la forza che i legami generativi, della cura e della responsabilità mostrano nell’aprire futuro alla vita nascente e nel serbare quella ferita; riscoprire l’importanza di poter contare sulla “veglia” e sulle riserve che i saperi e le risorse, le esperienze e le pratiche coltivate in altri cammini possono rappresentare: queste paiono essere le “condizioni” per la resistenza, le consapevolezze da far maturare nelle culture e nell’azione educativa, nella ricerca e nel diritto internazionale. Lo dobbiamo ai piccoli e alle piccole, ed alle attese e alle speranze a noi consegnate.

Tempo di trapassamento e di generosità

Le frontiere (di appartenenza, di fatica del vivere, di desiderio di futuro, di incertezza e di prova) diventano bordi ed argini sui quali vivere el desborde, il trapassamento, la generosità. Che è offerta e accoglienza, riapertura della meravigliosa e della drammatica danza del vivere e del convivere.

Non sempre ricordiamo che il samaritano del racconto evangelico, l’unico che si ferma avendo visto (come gli altri) il ferito, è straniero, viene da oltre confine. E quando, unico, attraversa la strada per chinarsi è come se attraversasse anche una frontiera. Si fa prossimo sulla frontiera: ha riconosciuto nella sofferenza e debolezza estrema dell’altro qualcosa di suo, e ha sentito dentro come una sua attesa profonda.

Il samaritano è straniero e quando cura il ferito, attraversa, in qualche modo, una frontiera

Non teme su questa frontiera l’esposizione a reazioni o a giudizi, fa spazio e  apre il tempo. Su queste frontiere si vive come se si riconoscesse una comune appartenenza alla vita e all’umano, che non nega le appartenenze parziali, particolari (che si possono fare chiuse e ottusamente crudeli) ma che le assume e le supera, le attraversa:  in radicalità essenziali, su orizzonti il cui respiro è da tenere aperto.

Sicuramente la prova della vulnerabilità e quella del sentirsi in balia della violenza e dell’arbitrio rendono difficile l’incontro. Sono esperienze che inclinano al rancore, alla reazione della rabbia – così ben analizzata da Nussbaum nel suo Rabbia e perdono – alla chiusura tra i propri, anche all’abulia e all’indifferenza.[4]

Quel che resta attivo dell’incontro, al più, è la dinamica dell’utilità e dello scambio, che tengono comunque vivi il sospetto, un certo timore, e la tendenza ad “armarci”, a contare sulla nostra propria forza.

Scivolando su questi piani inclinati neghiamo le nostre vulnerabilità, ne cerchiamo i “colpevoli”; alla violenza rispondiamo con la violenza, legittimati a scatenarla. La menzogna e la logica della guerra e della distruzione hanno così già vinto, il volto dell’umano viene sfigurato.

L’indifferenza congela il tempo: non sentire l’altro, e non (voler) sentire altro di sé, non fa più attendere, non fa trovare, non fa scoprire. I momenti, i giorni diventano grigi, come una palude. Non c’è evento se non cogli ciò che geme o che freme nei corpi, nelle persone. In te stesso. Come si può essere mossi a salvare l’umano dalla disumanizzazione?


[1] I. Lizzola, In tempo d’esodo. Una pedagogia in cammino verso nuovi incontri intergenerazionali, Città Nuova, Roma, 2023

[2] L. C. Susin, “La riconciliazione in un mondo di conflitti”, in Concilium – rivista internazionale di teologia, 4, 2023

[3] S. Weil, La persona e il sacro, Adelphi, Milano, 2012, p 13

[4] M. Nussbaum, Rabbia e perdono. La generosità come giustizia, Il Mulino, Bologna, 2017

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