La bibbia è “Sacra scrittura”. In che senso “scrittura”

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Dio parla agli uomini nella Bibbia.
Ma linguaggio umano e scrittura creano problemi.
Uno studio di Pierangelo Sequeri

Immanuel Kant sosteneva – del tutto seriamente, senza alcuna inflessione ironica – che il teologo cristiano sarebbe certo dell’esistenza di Dio «per il fatto che Egli ha parlato nella Bibbia». Ma che cosa comporta che Dio abbia preso per primo l’iniziativa nei riguardi dell’uomo, affidando però il suo messaggio a un’arte umana per antonomasia, ovvero la scrittura? Non avrebbe fatto meglio a comunicarci lapidariamente dall’alto quanto aveva da dire, evitandoci così le fatiche e i problemi connessi a una «traduzione/tradizione per iscritto» delle sue parole e alla definizione di un «elenco» dei testi da lui ispirati?

I libri di Sequeri: danno una scossa, nonostante

Non è propriamente un saggio di esegesi, ma appunto un tentativo di scavare il senso di tali questioni il recente volume di monsignor Pierangelo Sequeri Iscrizione e rivelazione. Il canone testuale della parola di Dio (Queriniana Editrice, a cura e con una prefazione di Francesca Peruzzotti, pp. 304, 23 euro). A Sequeri – che attualmente dirige la cattedra Gaudium et Spes presso il Pontificio istituto Giovanni Paolo II, a Roma – alcuni muovono di tanto in tanto l’osservazione che i suoi libri sarebbero «difficili» (sarà forse anche vero, nel senso che non mirano a blandire il lettore, offrendogli del «brodo caldo per l’anima». Tuttavia, per quel che vale la nostra esperienza personale, non ci è mai capitato di leggere un testo sequeriano senza riceverne una scossa, un preciso invito a pensare). 

Iscrizione e rivelazione parte da un dato apparentemente ovvio, ovvero dal ruolo irrinunciabile delle Scritture bibliche per la fede cristiana:

Come accade a tutte le questioni fondamentali – osserva però Francesca Peruzzotti nelle pagine introduttive -, questo nesso si espone al pericolo della dimenticanza o della trascuratezza: la Scrittura non ha sempre ricevuto la cura che le conviene né nelle vicende quotidiane della chiesa, né nell’elaborazione riflessa della teologia.

Occorre invece riscoprire il ruolo essenziale del riferimento alla Bibbia per un’esperienza di fede che voglia evitare gli opposti pericoli dell’«appagamento emotivo» («Credo, perché la cosa mi fa stare bene») e dell’«assolutismo normativo» («In materia di religione, le regole sono già fissate: basta rispettarle»). Richiamandosi al magistero – spesso frainteso o banalizzato – del Concilio Vaticano I (1868-1870), Sequeri sottolinea come nella costituzione Dei Filius venisse motivata la necessità che i libri dell’Antico e del Nuovo Testamento siano accettati come sacri e canonici («La Chiesa li considera tali non perché, composti per opera umana, siano poi stati approvati dalla sua autorità, e neppure soltanto perché contengono senza errore la Rivelazione divina; ma perché, scritti sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati tramessi alla Chiesa»).

Detto diversamente: proprio perché nella Bibbia è innanzitutto un Altro a parlare a noi, essa ha un ruolo anteriore e decisivo rispetto a qualunque successivo sforzo d’interpretazione, di elaborazione teologica o di definizione dogmatica («L’elemento differenziale della Scrittura sacra – commenta Pierangelo Sequeri – è proprio questo: la memoria permanente di una parola di Dio nella parola umana che deve rimanere inconfondibile rispetto alle parole che esprimono semplicemente la confessione della fede dell’uomo»).

La parola di Dio non si risolve nel testo biblico: ma senza il testo biblico si dissolve

Peraltro, gli stessi testi biblici rimandano, a ritroso, a eventi della storia della salvezza che hanno preceduto e indotto la loro redazione («L’esperienza di rivelazione non nasce come esercizio di scrittura e invenzione di testi: l’invenzione della scrittura è un passaggio cruciale, interno alla sua storia. Proprio questo consente – e impone – di indagare uno sfondo rivelativo che precede il testo e, successivamente, ne raccomanda la scrittura con una specifica funzione. Una funzione testimoniale e, al tempo stesso, non sostitutiva»).

Tra l’atto in cui Dio si rivela e l’attestazione scritta di questo evento si dà così un rapporto articolato, rapporto che contraddice sia un approccio «letteralista», sia uno «mistico» («La parola di Dio non si risolve nel testo biblico: ma senza il testo biblico si dissolve»).

La Bibbia non è un deposito di materiali grezzi da cui attingere

Queste riflessioni non hanno un carattere solo formale, astratto, senza ricadute a livello ecclesiastico e pastorale. Dal principio dell’autorità normativa non normata della Bibbia consegue, per esempio, che non la si possa considerare alla stregua di un deposito di materiali grezzi da cui la riflessione teologica e metafisica dovrebbe poi distillare – separandole dalle «scorie» – una serie di verità riguardanti Dio, i nostri doveri nei suoi confronti o la natura dell’anima umana.

Il canone biblico “sa” e “attesta” della fede e dell’incredulità, e di tutte le gradazioni intermedie; come anche del peccato e della grazia, e di tutte le loro occorrenze essenziali in rapporto alla dialettica delle esperienze significative dell’uomo. Non è necessario dunque ricondurre la sua “attestazione” a un modello elementare e lineare di registrazione dei “fatti soprannaturali” e delle “verità da credere” che fa torto alla qualità storica e vitale, dialettica e creativa delle sue “scritture”.

In particolare, nella quarta e ultima parte di Iscrizione e rivelazione Pierangelo Sequeri rivisita le parabole di Gesù, considerate nei loro tratti più «destabilizzanti», rispetto a un’ordinaria «simmetria» retributiva per cui i meriti degli esseri umani andrebbero automaticamente premiati e le loro mancanze sanzionate. L’ipotesi guida, anche in questo caso, è che l’uso delle parabole da parte di Gesù «non corrisponda semplicemente alla funzione di un discorso per immagini», che renderebbe più semplice, più fruibile la rivelazione di Dio sacrificando l’esattezza dei concetti. Al contrario, si tratta di riconoscere che

noi non abbiamo alcun concetto ontologico del “regno di Dio” – dunque dell’essere e dell’agire che rivelano Dio – più preciso di quello che è messo a fuoco mediante l’immaginazione teologica delle parabole.

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