Morti in incidenti, morti in guerra, bambini che muoiono di fame. La morte tracima. E si scopre, nostro malgrado, che "ci può essere vergogna nell’essere felici da soli"
Ore 18, ieri. Apro il sito dell’Eco di Bergamo. Trovo questi titoli. Primo. “Dramma a Borgo di Terzo: scontro tra due auto all’alba, 20enne perde la vita”. Secondo: “Riaperta la galleria Montenegrone dopo l’incidente in cui è deceduto un 47enne”. Terzo: “Zanica, incidente sulla tangenziale. Muore motociclista 55enne”. Quarto: “Non ce l’ha fatta la donna investita in via Gavazzeni a Bergamo giovedì 24 luglio”.
Mica male come informazione per tenerci allegri in un pacifico pomeriggio domenicale. E non è che cambi molto in meglio se si cambia giornale: anche lì incidenti e soprattutto quella mattanza senza tregua che è la guerra, a Gaza, in Ucraina e altrove.
Dunque: la morte fa notizia. E ci si potrebbe ricamare con l’osservazione che molti sociologi e specialisti di cultura fanno: oggi la morte è il grande tabù: proibito parlarne. Ma si è costretti a parlarne perché tracima da tutte le parti: una esemplare "pena del contrappasso". Con il vantaggio, certo, che è sempre la morte degli altri, rassicurante quindi.
Ma anche se è degli altri sempre di morte si tratta. E, come minimo, ci impedisce di essere compiutamente svagati. “Ci può essere vergogna nell’essere felici da soli”, dice il giornalista Rambert al dottor Rieux, protagonista della “Peste” di Camus.
Non siamo in una città appestata come la Orano del capolavoro di Camus. Ma siamo nel “villaggio globale” dove le notizie ci fanno vicini di drammi lontani. E siamo costretti, anche nostro malgrado, a sentire una qualche vergogna a essere felici da soli.