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Bene arrivati, amici dei detenuti

Il tempo natalizio fa essere più buoni, ma è difficile credere a certe conversioni. Gente e partiti che fino a ieri si scandalizzavano di fronte a chi osava invocare qualche temperamento di pena nelle carceri per renderle meno punitive e un po’ più educative, come vuole il nobile diritto, ora si dichiarano addirittura vicini al Papa che da sempre chiede rispetto dell’umanità anche dei reclusi

 

 

"L’Ultimo giorno di un condannato a morte”. Trattasi di un romanzo. Attualissimo

Il Presidente del Senato, La Russa, esponente di un partito che fino a stamattina, insieme con i Leghisti, invocava a gran voce la certezza della pena, ora chiede indulti e amnistie. E non solo per uno sfollamento delle carceri, che sarebbe posizione materialmente realistica più che ideale, ma proprio per senso di umanità. Sarà vero?

Confesso che non mi sono potuto sottrarre ad un ricordo letterario e sono andato a recuperarlo. Si tratta della prefazione di un romanzo breve (o racconto lungo) di Victor Hugo, titolato L’ultimo giorno di un condannato a morte (1832). Ne citerò alcune parti, accorciandole per esigenze di spazio, ma senza mutarne senso e terminologia (chi vuole, può sempre controllare). E, al di là delle ovvie diversità storiche e fattuali, vi invito a fare attenzione alle tante e sorprendenti somiglianze col nostro caso.

Nell’ottobre del 1830 la Camera francese intera si mise a piangere e a sbraitare. La questione della pena di morte fu messa suil tappeto e allora sembrò che tutte quelle viscere di legislatori fossero colte da un’improvvisa e meravigliosa misericordia. “La pena di morte: mio Dio, che orrore!” Un certo ex procuratore generale che per tutta la vita aveva mangiato il pane imbevuto nel sangue delle requisitorie, assunse di colpo un’aria pietosa e giurò che era indignato della ghigliottina. Per due giorni la tribuna traboccò di oratori simili a prefiche. Il buon pubblico, che non ci capiva più nulla, aveva le lacrime agli occhi.

Di che si trattava? Di abolire la pena di morte? Sì e no. Ecco il fatto.

Quattro uomini dell’alta società, quattro persone a modo, di quelle che si possono incontrare in un salotto, avevano tentato, nelle alte regioni politiche, uno di quei colpi audaci che Bacone chiama ‘delitti’ e Machiavelli chiama ‘imprese’. E che la legge, brutale per tutti, puniva con la morte. E i quattro sventurati erano là, prigionieri, in balìa della legge. Che fare e come fare? Capirete che è impossibile mandare al patibolo, in una carretta, ignobilmente legati con grosse funi, schiena contro schiena, quattro uomini dell’alta società! Ci fosse almeno una ghigliottina di mogano! Bene! allora non resta che abolire la pena di morte!

Ed ecco che la Camera si mette all’opera.

Notate bene, signori, che soltanto ieri voi consideravate questa abolizione un’utopia, una teoria, un sogno, una follia, poesia. Osservate che non è la prima volta che si cercava di richiamare la vostra attenzione sulla carretta, sulle grosse funi e sull’orribile macchina di morte; ed è strano che quell’orrendo apparato vi salti agli occhi ora improvvisamente.

Mah! Si tratta proprio di questo. Non è per voi, o popolo, che noi aboliamo la pena di morte, ma è per noi, deputati che possiamo diventare ministri. Non vogliamo che la ghigliottina morda le classi elevate. Perciò la spezziamo. Tanto meglio se questo vale per tutti, ma noi abbiamo pensato solo per noi.

Gli amici di illustri colpevoli si convertono e diventano “umani”

Sostituiamo la ghigliottina con la carcerazione e possiamo leggere la situazione dei nostri giorni e perfino i tratti caratteristici di qualche nostro ministro/a o personaggio politico.

Ci mancherebbe altro! Noi siamo d’accordo per l’umanizzazione della pena e per il recupero del colpevole alla vita sociale: soltanto che – come sottolinea più avanti lo stesso Victor Hugo – preferiremmo che non ci  fosse il sospetto che si voglia salvare qualcuno della casta, bensì l’umanità degli uomini e delle donne comuni.

Detto tra noi: poco ci fidiamo della purezza di sentimenti anticarcere degli amici del pregiudicato Berlusconi, degli amici dell’attualmente carcerato Alemanno (peraltro persona antropologicamente simpatica e popolana) e degli amici di tanti condannati o indagati per corruzione. Né di politici che hanno scheletri nell’armadio e si portano avanti. E però vorrebbero condannare studenti o lavoratori che manifestano, solo magari perché contestano. Poco ci fidiamo della buona fede di chi vuole depenalizzare le pene dei cosiddetti “colletti bianchi” e inasprire quelle per reati di protesta, e s’inventa ogni giorno nuovi reati pensando che basti irrogare pene per eliminarli.

Però accettiamo quel che di buono può provenire anche da quel che è meno buono, e accogliamo volentieri l’ingresso nella politica di qualsiasi sentimento buono, che va comunque coltivato. Non per buonismo o per sdoganare il reato e la colpa, ma per rendere la pena un fatto di promozione di umanità e di educazione.

Come dice la nostra stessa Costituzione, figlia del pensiero cristiano e umanistico, e come da molto tempo vanno dicendo gli ultimi Papi, che sono molto più credibili dei convertiti dell’ultima ora alla clemenza. Ai quali comunque diciamo: “bene arrivati!”. Meglio tardi che mai.

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