Se ne sono andati nello stesso giorno. Da una parte il calciatore, “il Capitano”, la leggenda del leggendario Milan. Dall’altra Don Antonio Mazzi, il “prete ribelle”, l’amico di tanti giovani in difficoltà, il fondatore di Exodus.
Non si potrebbero immaginare due personaggi più diversi. Eppure, il fatto che tutti ne parlino con così tanti ricordi e così tanta nostalgia suggerisce anche che i due hanno qualcosa di comune. Forse qualcosa di più di qualcosa.
Baresi è stato un grandissimo giocatore di calcio. Non solo ma ha legato le sue doti sportive con la storia di una squadra, il Milan. Nello stesso tempo però “dava l’esempio senza parlare”, era il più forte anche a briscola, con la moglie Maura ha vissuto un amore “lungo quarant’anni”: “le dico ti amo tutti i giorni”, aveva confessato in una recente intervista.
Don Antonio Mazzi era prete, ma molto a modo suo, “ribelle”, “un papà, un amico, un punto di riferimento fondamentale”, ha testimoniato Mara Venier, il prete che dopo morte non voleva si recitassero degli eterni riposi, ma che si cantasse “Io vagabondo” dei Nomadi, “prete di strada”.
Il calciatore Baresi non è stato solo calciatore e il prete don Mazzi non è stato solo prete. Tutti e due, prima di giocare a calcio e prima di dire messa, erano uomini. La meraviglia, dunque, consiste in questo. Un calciatore che più calciatore non si può e un prete che più prete non si può, sono andati ben oltre il loro ruolo, facendo, semplicemente, il loro “mestiere di uomini”. E questo è ciò che li rende ammirevoli. Il resto che resta davvero è la loro umanità.
(E forse si parla così tanto di loro, proprio perché nella nostra società avviene spesso il contrario: tanti ruoli grandiosi e potenti invece di rivelare umanità, la nascondono).