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La deterrenza non porta alla pace. Kennedy, Kruscev e papa Giovanni non hanno fatto la pace con lo spavento delle armi ma con la ripresa della fiducia

 

 

Due percorsi opposti. E Mattarella...

Sul fondamentale rapporto tra guerra e pace mi pare che la discussione attuale sia arrivata al bivio finale dove si alzano le frecce segnaletiche di due diversi percorsi: deterrenza e dialogo. Col primo – imboccato dalla stragrande maggioranza delle forze politiche - si intende produrre la pace incutendo nell’altro la paura di essere sconfitto (sottintende l’idea che la pace si ottenga preparandosi alla guerra), e così corollario della deterrenza è il riarmo. Col secondo – che è quello imboccato dalla Chiesa - si sceglie la via della relazione tra popoli basata sulla fiducia.

Sono due percorsi palesemente diversi; così contrastanti da diventare alternativi. Eppure c’è qualcuno (tu quoque Mattarella!) che crede di poterli sovrapporre, dicendo che la prima è la via realistica politica, la seconda è quella ideale religiosa e che quindi possono stare insieme, cambiando divisa: da politico si può prendere la prima strada e “da Papa” si fa il proprio mestiere preferendo la seconda. Così si crede di salvare l’ideale della pace giustificando il reale della guerra.

Il Papa parla di una pace che non è solo per la Chiesa ma per tutti

Non ci permettiamo di giudicare le intenzioni delle singole persone. Anche se la pressione dell’industria delle armi ci rende sospettosi della buona fede dei principali propugnatori della deterrenza. Ma qui vogliamo subito far notare che i valori del cristianesimo non sono qualcosa che sta a latere di quegli umani o contrapposti, ma sono per l’uomo e la donna del mondo, non per l’interesse della Chiesa. E difatti la Chiesa critica la deterrenza e difende la sua posizione non solo con motivazioni di fede, ma proprio anche di ragionevolezza storica e umana. Già papa Giuovanni ricordava l’irrazionalità della guerra moderna.

Comunque nella maggior parte degli ambienti politici deterrenza” è oggi la parola d’ordine. E non si cessa di addurre la prova che la deterrenza dell’equilibrio armamentario ha prodotto la pace per tanti anni. Quindi: si vis pacem, para bellum. Via al riarmo.

La pace portata dalla deterrenza non risulta

Quanto alla pace portata dalla deterrenza diciamo che non ci risulta. Perché nel panorama globale della cosiddetta guerra fredda non cessarono le guerre: non basta pensare alla Corea, al Vietnam, ai Balcani, al Medio Oriente? Per dire di quelle a noi più evidenti e tacere delle mille più defilate ma non meno sanguinose (come nell Congo, nel Mozambico…) che divennero banco di collaudo di tante armi in prova. Alcune presumevano di essere guerre virtuose - come dice qualche studioso –, cioè finalizzate ad imporre un assetto buono, cioè un proprio orizzonte etico-politico.

Per noi non fu la deterrenza a produrre quel tanto di pace. Quel periodo fu segnato da un intenso fervore di intraprese pacifiche e collaborative, da una fiducia in istituzioni di tipo  internazionalistico. Furono gli anni del disgelo favorito dagli scambi commerciali e culturali, dalla conoscenza reciproca dei popoli e dalla fiducia che essa ispirava: tanto che come icona di quei tempi, accanto a Kennedy e Kruscev, si annovera papa Giovanni che non era certo deterrente ma rappresentava il legame della fiducia tra uomini. Agiva la vocazione dell’Europa come entità voluta dai fondatori che si apriva a scambi prima di commercio con una multiformità di aree e di interlocutori (anticipando il poliedro di papa Francesco che ora si chiude di nuovo). Non fu la deterrenza a produrre la caduta della Cortina di ferro e della Grande muraglia cinese e dei muri. E che sgretolò i due grandi schieramenti mondiali. Fu la fiducia guadagnata dalla conoscenza reciproca che operò il miracolo.

La deterrenza è un circolo vizioso che non si chiude

Ora con il ritorno della forza e della deterrenza “addirittura si arriva a considerare una colpa il fatto che non ci si prepari abbastanza alla guerra, a reagire agli attacchi, a rispondere alle violenze”, come dice papa Leone nel grande Messaggio di Capodanno. E propone una pace “disarmata e disarmante”. Perché pace chiama pace, come “amor ch’a nullo amato amar perdona”.

Al di là dello spreco di risorse materiali e umane prodotto dalla corsa alle armi, su cui converrà prima o poi soffermarsi analiticamente, l’obiezione più reale contro la deterrenza-riarmo è che essa sottostà ad una logica che definiremmo “incrementale”. Per bloccare l’altro, occorre incutergli paura; ma per incutergli paura, si cercherà di essere più armato di lui; ma lui, a sua volta, cercherà di fare il sorpasso per incutere paura a noi. Il riarmo per la deterrenza diventa così un incremento all’infinito, che aumenta a dismisura sia la tentazione da parte di qualche pazzo di approfittare d’una temporanea condizione di vantaggio sia la prevedibilità di un qualche pretesto scatenante o di un incidente, casuale o intenzionale, che farebbe scattare non qualche mutamento di forma nella carta politica (“morfogenesi”), ma la distrusione di ogni forma nella carta fisica: l’apocalisse.

Per non parlare dell’Intelligenza Artificiale che, spesso, sbaglia

Ancor più se, come pare, la scelta della guerra è affidata a strumenti così delicati e imperfetti come l’Intelligenza Artificiale (IA), che sgravano la coscienza dei leader politici e militari, che la programmano in astratto senza poter prevedere la libertà della storia e senza sentirsi responsabili degli esiti. E sappiamo che l’IA può sbagliare, e che sbaglia spesso.

Potrebbe così succedere che tra le macerie di un mondo desolato dalla guerra da essa scatenata si senta echeggiare nell’etere ammutolito una voce, la sua, che dice semplicemente: “sorry”.

4 commenti

  1. Detto in quattro parole: suggestivo quanto scrive il prof. Franco Pizzolato su pace e deterrenza, ma si chieda cosa succederebbe nel nostro piccolo se mancassero le armi dei carabinieri e della polizia: come potremmo difenderci da una delinquenza incontrollata? Forse colloquiando con i banditi?
    Quanto sostiene il professore andrebbe forse bene se avessimo un Onu in grado di intervenire a difesa di popoli e paesi aggrediti, così come i carabinieri intervengono in armi per tutelare incolumità e diritti del singolo cittadino. O contestiamo i mitra dei carabinieri e opponiamo alla delinquenza qualche bonario sensale?
    Ma se l’Onu è reso imbelle e ci intimano la resa puntandoci ordigni letali (i piani dell’Urss prevedevano una avanzata in pianura padana preceduta da grappoli di atomiche tattiche) è forse sbagliato approntare argomenti di dissuasione non solo dialettici e amichevoli?
    Se è sbagliato, allora condanniamo gli alleati che ottanta e passa anni fa affrontarono Hitler fuori dai salotti. Chieda un po’ il prof. Pizzolato come la pensano gli ebrei.
    Allora va benissimo il dialogo dissuasore, ma disponendo anche di argomenti forti in grado di ridurre alla ragione chi non ne vuol sapere. Non si tratta di un aut aut tra deterrenza e dialogo ma semmai di un et et.

  2. Capisco le ragioni del mio interlocutore, che sono quelle dei sostenitori della utilità della deterrenza (che – si badi bene – equivale a riarmo). Anche se le analisi storiche e sul dispiegamento di armi potevano essere meno unilaterali, perché sono state schierate anche dalla NATO. Ed è una bella
    scommessa sapere chi è stato il primo. E del resto il Kruscev di Cuba le ha anche lodevolmente tolte senza fare guerre.
    A differenza del mio interlocutore, io do importanza decisiva al cambiamento strutturale delle odierne armi da guerra. Un tempo, data la relativa potenza degli armamenti, una guerra poteva avere (oltre che agli effetti delle morti che tutte le guerre accomunano) solo effetti morfogenetici, cioè poteva limitarsi a modificare assetti politici e territoriali. A suo tempo (più di sessant’anni fa) non ho avuto problemi a fare il mio bravo servizio militare; né metto mai in discussione l’uso della forza, anche armata, per l’ordine pubblico, che è limitata dalla legge e circoscritta negli effetti. Oggi però la potenza degli armamenti di guerra è distruttiva totale, perfino cosmica. E la corsa al riarmo, che sta alla base della deterrenza, è inevitabilmente continua e inarrestabile e la potenza delle armi può perciò distruggere il mondo. A me basta quel “può” per dire alt, perché la guerra non darebbe scampo.
    Vedo per altro che il mio interlocutore almeno non chiude la porta alla fiducia, anche se mi pare che la subordini alla forza che sola potrebbe sostenerla.
    Certo: la storia non è scienza fisica e dà luogo a interpretazioni non univoche e poi nutre aspettative diverse. Siamo perciò di fronte a duescommesse: deterrenza o fiducia. E la radicalità della situazione impone aut aut, non et et. Perché la fiducia che è prodotta dalla forza si chiama paura, non fiducia. Io, con i Papi almeno degli ultimi 130 anni, così diversi tra loro eppure sostanzialmente concordi, ritengo che è preferibile scommettere sulla fiducia. Ho più spesso visto paura che sfiducia nella storia, ma per questo forse ho visto più guerre che paci. Io ritengo che sia stata la fiducia, non la deterrenza, a far cadere la Cortina di ferro e la Grande Muraglia. Che sia stata l’Europa senza armi (che non ha ancora tante), quella del carbone e dell’acciaio e poi degli scambi tra popoli, a fare cadere i blocchi. Che ora la deterrenza sfiduciata fa risorgere sprecando infinite risorse umane. Altro dato sempre meno sopportabile ai nostri giorni. Io chiederò a Israele, come mi invita il mio interlocutore, se egli chiederà ai popoli se vogliono la guerra.
    Qualcuno ha detto che puntando sulla fiducia, se si perde, si muore una volta sola; se si perde puntando sulla paura, si muore, prima ogni giorno e poi del tutto.
    Ringrazio comunque il mio interlocutore per l’attenzione e per lo stile di un dialogo che, tutto sommato, punta sulla fiducia del confronto che sull’aggressività della deterrenza.

    1. Egregio Professore, apprezzo sinceramente le Sue sagge considerazioni, ma mi preoccupo di stare anche in linea con il catechismo della Chiesa Cattolica e con il Concilio: “Fintantoché esisterà il pericolo della guerra e non ci sarà un’autorità internazionale competente, munita di forze efficaci, una volta esaurite tutte le possibilità di un pacifico accomodamento, non si potrà negare ai governi il diritto di una legittima difesa”. (Gaudium et spes, 79 – Catechismo 2308). Per “forze efficaci” e “legittima difesa” intendiamo solo gli sforzi della diplomazia o (quantomeno alla fine) anche altro?

      1. Grazie del nuovo apporto. Che però cita il n.2308 del Catechismo ma non prende in considerazione il successivo n.2309 , che indica le condizioni per la legittimità della stessa difesa; e dove si dice, tra l’altro, che essa non deve provocare “mali e disordini più gravi del male da eliminare” e che “nella valutazione di questa condizione ha un grandissimo peso la potenza dei moderni mezzi di distruzione”. Quindi vede che sono anch’io in linea col catechismo , e in più coi pronunciamenti dei Papi recenti, che non vedono proporzionalità alcuna in una guerra di difesa che diventerebbe nucleare totale . I dati del problema quindi mutano rapidamente ed esigono un riposizionamento dell’etica che un catechismo per sua natura non può sempre recepire. Perciò sempre il Catechismo a quel punto conclude: “la valutazione di tali condizioni di legittimità morale spetta al giudizio prudente di coloro che hanno la responsabilità del bene comune”.
        Già nel 1953 comunque Pio XII aveva detto :
        “Non è sufficiente di doversi difendere da una qualsiasi ingiustizia per ricorrere al metodo violento della guerra. Quando i danni da questa causati non sono comparabili con quelli della ‘ingiustizia tollerata’, si può avere l’obbligo di ‘subire l’ingiustizia’”.
        Grazie comunque del fruttuoso dialogo. Che qui chiudo perché, sollecitato anche dal Suo intervento, mi riprometto di tornare più diffusamente sul tema della fiducia.

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