I successi della medicina hanno prolungato le situazioni di fragilità. Come viverle diventa allora una scommessa, con inedite possibilità. E con possibili derive
I successi della biomedicina e della tecnologia medica, come la presenza di sistemi di sicurezza sociale e della rete di servizi socio-sanitari, hanno diffuso l’esperienza della cronicizzazione della malattia (ed allungato i suoi tempi). Così come ha diffuso le condizioni di vita segnate da invalidamenti, più o meno gravi, o dai percorsi delle patologie degenerative, più o meno rapidi.
Attraversare la debolezza
La vita declinante, la debolezza, spesso contenibile ma irriducibile, sono esperienza diffusa: riportano al rapporto con il limite e la mortalità, richiamano la questione seria delle risorse culturali, etiche, spirituali, psicologiche, emotive, relazionali attivate ed attivabili per assumere e dare senso alla vita umana nel tempo della malattia e della cura. Più ancora, e a fondo, alla questione seria della sua desiderabilità: dell’attesa del tempo a venire, “segnato” dalla esposizione e dalla ferita, come tempo desiderabile, come tempo di vita nel quale continuare ad apprendere a vivere, a consegnare vita nelle relazioni, a stare nel tempo gli uni degli altri.
Possono essere tempo e condizioni di vita portatori di dignità? Domanda ricorrente, a volte vera e drammatica, altre volte “piegata” in retoriche ed argomentazioni poco trasparenti, perché tese (a volte) a giustificare una “disponibilità” di vite “indegne” a politiche di selezione, o di disimpegno, o di utilizzo.
Portare responsabilmente la propria malattia (e non solo la responsabilità della malattia) nel tempo, nella biografia personale e nella rete vitale dove si narra, radica, dove cercare altra possibilità d’essere è provare il rapporto con un’altra fioritura, come direbbe Martha Nussbaum. Ma un ospedale, una casa “riorganizzata” dalla Cure Palliative domiciliari, non è propriamente un giardino, un campo di facile coltivazione. Portare responsabilmente la malattia è possibile in un quadro di relazioni che non facciano spazio a infantilizzazioni, a vittimizzazioni, a un’esagerata attitudine consolatoria e passivizzante. Scoperta una malattia, e il nostro declinare, occorre cercare di declinare la vita di nuovo, rinascendo e rioffrendo, è entrare nella frattura operata dal sentire che “non ci si apparterrà più”. E camminare nella frattura per provare a riemergere nell’aperto.
Nuovi incontri possibili
Mentre si lavora la malattia e la vita, e la malattia lavora nei giorni, spesso ci si trova là dove non ci si aspettava di trovarsi. In un incontro con sé stessi, e con altri, con l’ombra e l’ignoto, nella possibilità di trascendere, e di iniziare. Occorre non finire di incontrare, di interpretare, di attendere. Approdando (ancora una volta?) alle angosce, restando sulla soglia della speranza, che pare una porta chiusa. La malattia porta lontano, e non in un solo passaggio.
Ma nel lungo declinare, nei passaggi d’una debolezza irriducibile, nella ricerca di stabilizzazione, non si potrà che incontrare il segno del fallimento della strategia del nascondimento e il corto respiro, distruttivo, del “gioco di potere” alimentato: gioco senza speranza, incapace di attesa. L’”attente” dice il francese, la “espera” dice lo spagnolo.
Sentire l’agoscia. E una certa pace
A volte si sente l’ignoto che viene a noi (che è ben altro da ciò che ci ha preso e fatto malare, che ci indebolisce e ci conduce a finire). Si apre la difficile richiesta, imposizione, di una sorta di disciplina nuova grazie a questa nuova attesa. Nella quale il sentire in profondità è importante e da coltivare, togliendo spazio al fragore, alla ripetitività, alla distrazione delle possibilità e dei bisogni. Per reggere l’attraversamento occorrerebbe tornare a sentire la bellezza, e la bontà, sentire l’amore, anche la giustizia e l’ingiustizia, l’angoscia e una certa pace. A maturare un nuovo sguardo. Questa “risposta” alla fragilità può riconfigurare in qualche modo la vita quotidiana, i suoi tempi e i suoi spazi, come pure le vicinanze che la abitano. Può.
Questo dovrebbe e potrebbe fare registrare, in alcuni casi, un arricchimento di possibilità creativamente organizzate proprio attorno alla fragilità fisica o psico-fisica. Scoprendo nuove possibilità per viverla in un mondo di senso, in abilità e impreviste capacità, in una trama di affetti e di cure. Ma è pur vero che in altri casi si assiste, al contrario, ad una silenziosa “deriva” verso un progressivo impoverimento del senso, del desiderio e della capacità di aver cura di sé.