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Un bel libro, molto siciliano

Italy, Sicily, Agrigento, Greek Temples Valley, Juno Temple (480 420 b.C.)

 

Ha vinto il Premio Bancarella 2025 ed è un’opera prima. Sto parlando di “Come l’arancio amaro”( Giunti Editore, 2024), esordio di Milena Palminteri.

 

 

Il romanzo è a mio parere una sorta di… feuilleton, con tanto di “sedotta e abbandonata”, di ricerca e svelamento delle origini, di lettere in punto di morte o postume, di mafiosi “buoni”. Tuttavia mi è piaciuto e penso si possa leggere, e bene.

Siciliana la lingua, siciliana la vicenda

Infatti il pregio di questo libro sta soprattutto nell’immersione nella sicilianità, specie per chi, come me, ama molto l’isola.

Sicilianità particolarmente per la lingua usata, poi per la vicenda stessa, per l’ambito storico, che si snoda negli anni ’20 e ’60, e addirittura per il gusto e i profumi dei cibi tradizionali descritti benissimo.

Lo stile, punto di forza dell’opera, è davvero accurato (non c’è parola affidata al caso), ed è arricchito dall’uso del dialetto di Agrigento, molto musicale e di grande presa sul lettore. Che, aiutato caso mai da un glossario, ne può apprezzare l’incisività e la coloritura.

Alla ricerca delle proprie origini

Gli eventi iniziano dalla fine della storia stessa, cioè dagli anni ’60, con la ricerca delle proprie origini da parte di un’archivista, Carlotta, che per caso si imbatte in due documenti che potrebbero far luce sulla sua nascita. Cresciuta in un ambiente ricco ma anaffettivo, se non fosse stato per la governante, Sabedda, che la amava come una figlia, Carlotta infatti ha sempre avuto dubbi, legati specialmente alla freddezza di sua madre.

Il quadro storico, tornando indietro, in un continuo palleggio temporale tra gli anni ’60 e ’20, è quello della Sicilia, addormentata e cinicamente rassegnata, nel 1924 e più avanti, con l’onda nera del fascismo che cala da Roma, ma non sembra, al momento, portare nell’isola grandi cambiamenti.

Ci sono sempre i latifondi, le grandi ricchezze, una nobiltà spesso in decadenza, ma non meno arrogante, specie sui sottoposti, considerati una razza inferiore.

Le donne e la dolente fierezza dei personaggi

Le donne in particolare, se sono giovani e belle e povere come Sabedda, sono oggetto di ripetute violenze fisiche e morali da parte dei maschi padroni, che si disinteressano poi delle conseguenze delle loro azioni.

E’ il dramma eterno del corpo femminile sottomesso, usato, colpevolizzato, eppure portatore della facoltà, non sempre positiva, di sedurre, e dell’immenso potere di generare.

Allo stesso modo, anche Carlotta, pur laureata in legge, è costretta, dalla mentalità siciliana degli anni ’60, a fare l’archivista e a non esercitare l’avvocatura, come invece vorrebbe.

Conosciute le sue origini, riuscirà però a riconciliarsi con se stessa, a prendere fiducia nelle proprie capacità, divenendo finalmente un avvocato.

Il romanzo è generoso, sostenuto, come dicevo, da una lingua ricca di sfumature.

I personaggi, psicologicamente ben delineati, presentano in quelli principali una dolente fierezza con cui abbracciano il proprio destino, come è dell’arancio amaro, che dà il titolo al libro.

Quest’albero, molto più bello e alto delle zagare, con foglie verdissime e morbide al tatto, produce fiori bianchi splendidi e, di contro, frutti acidi, è vero, ma ha rami spinosi e tronco robusti, adatti a innesti di un altro albero di agrumi più delicato e fragile.

E’ quindi una pianta madre che resiste a tutte le intemperie per compiere, così come è stato per Sabedda, la sua missione: rendere forte e rigogliosa la nuova pianta che da lei germoglia.

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