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Un'immagine alla settimana - Rubrica a cura di Osvaldo Roncelli

Quando il potere si interessa di arte

arte potere

 

Trump compone una lista di opere d'arte "sgradite". Era già successo: Goebbels e Hitler avevano le loro antipatie "artistiche". Un altro segno dell'aria che tira. Inquietante

 

 

Arte proibita

La Smithsonian National Portrait Gallery di Washington - istituzione tra le più importanti al mondo per l’incremento e la diffusione della cultura - conserva ed espone il dipinto dell’artista messicano Rigoberto Gonzales intitolato “Fuga in Egitto”.

Il Presidente degli Stati Uniti d’America ha chiesto al museo di rimuovere l’opera. L’iniziativa è parte della “crociata” dell’amministrazione Trump contro l’arte “woke”.

 

Rigoberto Gonzales “Fuga in Egitto” Smithsonian National Portrait Gallery Washington
Rigoberto Gonzales “Fuga in Egitto” Smithsonian National Portrait Gallery Washington

Ostracismo alla cultura “woke”

Woke deriva da "wake" (svegliarsi), motto originariamente usato nella comunità afroamericana per incitare alla consapevolezza delle discriminazioni - sociali e sistemiche di razza e sesso - per promuovere inclusività e uguaglianza.

La Casa Banca ha inviato alla rete federale dei musei di Washington la “lista” di 26 opere che violerebbero l’ortodossia trampiana in materia di sesso, razza immigrazione, cioè le norme emanate il primo giorno del secondo mandato della presidenza per bloccare i programmi del Governo Federale in tema di equità per l’inclusione della diversità.

Il dipinto eretico: il titolo diventa provocazione

Il dipinto di Rigoberto Gonzales rappresenta una famiglia di profughi nell’atto di attraversare confini blindati; con il titolo “Fuga in Egitto” la famiglia di migranti diventa immagine della Sacra Famiglia in fuga da Erode (Mt 2,13).

Il titolo è il primo motivo che scatena le irate attenzioni presidenziali.

Altre varie ragioni per scatenare ire

Il grande dipinto - finalista del concorso della Smithsonian National Portrait Gallery nel 2022 - è ambientato sul confine tra Messico e Texas. La mamma sta scendendo da una scala appoggiata alle palizzate che “proteggono” i confini: ha in braccio il figlio piccolo. Il padre, già in territorio U.S.A., tiene per mano l’altro figlio, aiuta la moglie e, indicando madre e figlio, si rivolge a una persona fuori campo visivo - probabilmente qualcuno che lo spaventa e vuole respingerli.

La “terra promessa” appare desolata e il paesaggio americano pieno di simboli del “sogno americano” che l’artista dipinge (e spiega) sparsi alla maniera di una polemica “natura morta”: un contenitore di fast food, volantini di pubblicità iper sessualizzate, custodia per iPhone - allusioni a dipendenze da cibo spazzatura, social media, consumismo; da un giornale accartocciato a terra trapela la foto del “ticon”.

A “difesa dei valori della tradizione”

Le “accuse” al quadro: celebrazione di immigrazione clandestina, induzione all’atto illegale di ingresso negli States, promozione di visione distorta della cultura americana, proprio in vista della prossima ricorrenza del 250° anniversario dell’Indipendenza Americana.

L’artista e i territori di confine

Rigoberto Gonzales - messicano di nascita, cittadino americano, classe 1973 - dice: ”…essere chiamato in causa dalla Casa Bianca è un segno d’onore, il mio lavoro vuole essere politico…”.

Il dipinto racconta la realtà che l‘artista cerca nei territori di confine.

I confini sono spazi dove le culture confluiscono, luoghi dove storie di fatica e violenza si incontrano; rappresentarle con i linguaggi dell’arte significa trasmette nuovi significati, sublimare la cronaca per stimolare nuove sensibilità.

Caravaggio come maestro

Gonzales riconosce in Michelangelo da Caravaggio il riferimento stilistico per raccontare quanto avviene nei “confini” - non solo geografici - cioè violenza e brutalità associate alla rappresentazione più intima dei sentimenti di riscatto e di volontà di futuro.

Protagonista è il popolo in diaspora che, sui confini, lotta tra bellezza e violenza in una dura quotidianità.

Dalle “liste” della Casa Bianca all’arte degenerata

La “lista nera” dell’ortodossia trampiana ha un impegnativo precedente storico nella campagna per l’arte degenerata promossa da Goebbels nella Germania nazista. Il 19 luglio 1937 viene aperta a Monaco la mostra itinerante “Entatete kunst”.

 

Hitler e Goebles visitano la mostra dell’arte degenerata

      Hitler e Goebbles visitano la mostra dell’arte degenerata

 

650 opere tra dipinti, sculture e stampe di 112 artisti considerati degenerati - Klee, Dix, Kirchener, Marc, Picasso, Mondrian, Chagall, Kandinskji,…traditori della purezza dell’arte tedesca, oltraggiosi verso religione e nazione - vengono esposte in 14 città tedesche e austriache per poi essere disperse e distrutte; verranno viste da più di tre milioni di persone.

 

Mostra di arte degenerata
Mostra di arte degenerata

 

Quelle opere verranno distrutte e gli artisti rimossi, ma saranno la nuova cultura, incomprimibili idee, rinnovate maniere di vedere, nuovi canoni di bellezza.

Questo sarà a tempo debito anche il destino dell’ortodossia trampiana, povera nel vero senso della parola: produce poco di buono.

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