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Venerdi’ santo tra solitudine e silenzio

 

Il Golgota ci svela un Dio inatteso, un Dio perdente, che lava i piedi dei suoi amici come uno schiavo. Insieme, Gesù che muore grida la sua solitudine e quella di tutti i crocifissi del mondo, di ieri e di oggi.

 

 

Gesù e l’angoscia dell'assenza

“Allora tutti, abbandonandolo, fuggirono” (Mt 26,56).

Nel giardino del Getsemani, durante la notte, la sequela dei discepoli si fa incerta: i loro cuori sono stanchi, appesantiti dal dolore, dal dubbio, immobilizzati dalla paura.

Gesù rimane solo in balìa di quella “ gran folla con spade e bastoni, mandata dai sommi sacerdoti e dagli anziani”.Giuda l'ha tradito, Pietro l'ha rinnegato, la folla ha invocato la morte. L'autorità religiosa e politica ha decretato la croce.

Attorno a Gesù si crea il vuoto.

Il Padre stesso è lontano e non risponde.

Mancano le parole per esprimere la solitudine tragica dove Gesù sperimenta l'angoscia dell'assenza, la delusione dell'abbandono, la vanificazione del suo messaggio e la preghiera che si scontra col silenzio.

Il Dio perdente che lava i piedi dei discepoli

Quale Dio, domanda Romano Guardini, si rivela attraverso quel Gesù che fallisce così miseramente, che non trova altri compagni se non peccatori, che è vinto da una casta di teologi politici, al quale si intenta un processo e che viene condannato come un impostore visionario e rivoluzionario?

Dice di essere re.

E' lo scandalo della croce dove l'Altissimo diventa il minimo e la visibilità di Dio viene spenta quando Cristo muore come un fallito.

Appare un Dio capovolto, quello della lavanda dei piedi: il gesto dello schiavo, che traduce nella prassi la kenosi di Colui che “pur essendo di natura divina, svuotò se stesso assumendo  la forma dello schiavo” (Fil2,7).

Il Dio  degli eserciti e delle vittorie, qui è il Dio perdente.

L'onnipotenza di Dio che si era già manifestata nella vulnerabilità di un bambino deposto in una mangiatoia, ora  si fa presente tragicamente in un giovane uomo che pende su una croce.

Il Dio che si rivela nella fragilità dell'uomo

“ Dio mio Dio mio perché mi hai abbandonato?” L'Emmanuele, il Dio con  noi, è il Dio che ci abbandona.

Eppure è scritto che “in Cristo abita tutta la pienezza di Dio” (Col 1, 19).

Ma quale pienezza?

 Sì, perché la pienezza di Dio non è rinchiusa in un isolamento inaccessibile nell'alto dei cieli, ma si incarna dentro i confini dell'umano, quindi anche nella mancanza, nelle ferite, nella non autosufficienza, anche nel peccato.

L'onnipotenza di Dio si rivela nella fragilità dell'uomo.

A  Paolo che aveva ripetutamente pregato Dio perché lo liberasse dalla la “spina nella carne”, il Signore risponde: “Ti basta la mia grazia. La mia potenza si manifesta pienamente nella  debolezza” (II Cor 12,9).

Sulla croce è Dio che in Cristo, nella logica del paradosso divino, è debole. Ha  bisogno dell’uomo. “Ho sete”. Una sete che trascende quella fisica, ed esprime la profondità e la bellezza di ogni desiderio umano, la sete di giustizia, di verità, la sete di amore.

Un Dio che non si rassegna a fare a meno di noi e che per “dirsi” si appella alla nostra collaborazione: ognuno una goccia d'acqua.

Il pianto di tutti i crocifissi

Da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece buio su tutta la terra. Verso le tre, Gesù gridò a gran voce: Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27,45)

Con questa domanda che ancora non trova risposta, Gesù fa suoi tutti i lamenti degli abbandonati della terra, si carica del pianto di tutti i giusti crocifissi,  di tutti gli innocenti perseguitati a causa della giustizia, facendosi solidale con un'umanità calpestata da una disumanità elevata a sistema.

Gesù fa suoi i dubbi, le perplessità, le domande che non trovano risposta quando il nonsenso non trova un senso, e le speranze sono senza speranza,e le vite si sprecano nel nulla.

Si carica delle nostre ribellioni e anche della nostra indifferenza, delle colpevoli chiusure narcisistiche, della presunzione e dell'orgoglio, il grande peccato, “fino a farsi cacciare da noi sulla croce” (Bonoeffer).

Alla fine non rimase che il rantolo della morte e il grande urlo.

Il velo del tempio si squarciò.

Tutto è compiuto.

“Veramente quell'uomo era figlio di Dio!”

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