E’ l’inizio della settimana santa. Gesù entra a Bruxelles, nel 1889, in una straordinaria opera di James Ensor. Gesù entra nella nostra città. Nel 2026

L’entrata di Cristo a Bruxelles nel 1889 è il dipinto più famoso del pittore e incisore belga James Ensor (1860 - 1949).
Questa grande tela che misura più di quattro metri contiene e mostra la poetica dell’artista, erede dell’immaginazione visionaria e grottesca dei maestri fiamminghi come Hieronymus Bosch e Pieter Bruegel il Vecchio.
Maschere, scheletri, spettri, demoni, pagliacci
Il pittore usa un colore brillante e acceso e anticipa, nella sua ricerca, sia le tendenze espressioniste che quelle del simbolismo e decadentismo.
Il carattere difficile e introverso dell’artista lo porta a una visione cupa della società e delle relazioni umane, raffigurate in una comunità anonima fatta di maschere, scheletri, spettri, demoni, pagliacci. Una trasfigurazione nella quale si mischiano e confondono realtà e incubo, ironia e angoscia.
I soggetti dei suoi dipinti prendono frequentemente spunto dai borghesi e vacanzieri della sua città natale di Ostenda, che tanto lo respingevano apparendogli espressione di un’umanità stupida e vana.
Il Messia perduto nella folla camuffata e mostruosa
Nel dipinto L’entrata di Cristo a Bruxelles la figura del Messia (forse un autoritratto), pur connotata da una vistosa aureola, si perde e confonde nella folla camuffata e mostruosa, proprio come avviene nei grandi quadri di Bruegel che illustrano la vita di Gesù, gremiti da un’infinità di personaggi.
La storia e il mondo trascorrono e dentro di essi il passaggio divino appare un minuscolo e indistinguibile avvenimento.
È significativo che l’artista, nel titolo, collochi il passaggio di Cristo nel suo tempo, nell’anno immediatamente successivo a quello in cui il dipinto è stato realizzato: il Signore sempre viene, verrà…
“Questa tela rappresenta la summa dell’espressionismo ensoriano: in un mare di gialli, di rossi carminio, di blu elettrici e di verdi acidi, uomini-maschere accolgono in un delirio blasfemo il Figlio di Dio, né più né meno come quella folla che lo accompagnò al Calvario.
È una visione, questa, che si ricollega alla tradizione della pittura fiamminga attraverso il tema della morte, che si cela dietro maschere mostruose. Però in lui c’è quel qualcosa che ha il sapore e lo sguardo demoniaco, estrinsecato in questa “festosa” parata…” (Antonio Benemia).
Maschere per nascondersi in modo anonimo e vigliacco, scheletri e sberleffi alla morte per un impossibile esorcismo alla paura e al vuoto: questa non è una parata festosa, piuttosto una tragica danza macabra.
Il Messia è l’unico che non indossa una maschera
Nessuno tra coloro che sono accorsi in massa all’evento ha lo sguardo rivolto a Cristo, entrato umilmente a Bruxelles a dorso di un asinello: c’è chi chiacchiera, chi giudica o critica, chi si bacia…
Il Messia è l’unico che non indossa una maschera, è quasi sminuito e sovrastato da personaggi che si sono messi in primo piano e si agitano in modo chiassoso e volgare. La folla è stordita dalla musica della banda militare e blandita dalle banali iscrizioni sopra gli striscioni (Vive la sociale, Vive Jesus Roi de Bruxelles); più dietro, a sinistra di Cristo per chi osserva, c’è una scritta – Fanfara dottrinaria – che sottolinea l’indottrinamento esercitato sulla moltitudine pronta ai facili esaltati entusiasmi come alle repentine e irrevocabili condanne.
“L’impostazione prospettica del dipinto secondo un punto di vista centrale focalizza l’attenzione sul Cristo che avanza, mentre due blocchi laterali di figure in primo piano incanalano la processione entro una profondità spaziale affollata ma ben chiaramente strutturata; il disegno è intenzionalmente grossolano, affidato a linee spezzate di grande potere emotivo, con deformazioni di stampo espressionista, autonome rispetto al colore, con una loro precisa valenza segnica, mentre il colore – che gioca un ruolo determinante in dialogo paritario con il segno, violento ed acceso nel trionfo dei rossi stesi in pennellate bervi e nervose – anticipa il fauvismo nel libero antinaturalismo e nelle controllate dissonanze”. (Vilma Torselli)
L’uomo folle di Nietzsche cerca Dio e ne annuncia la morte
Questa moltitudine di gente rumorosa, inconsapevole e stordita, che non comprende e non vede, ci ha ricordato quegli uomini del mercato ai quali si rivolge l’uomo “folle” di Nietzsche in uno dei più celebri testi della filosofia moderna (La Gaia scienza, brano 125).
È una sorte di breve parabola. Un uomo folle entra nel mercato con una lanterna accesa in pieno giorno e grida: “Cerco Dio! Cerco Dio!”. La folla ride di lui e se ne fa beffe, perché è composta da persone che non credono più in Dio. Di fronte al loro scherno, l’uomo folle pronuncia la sua sentenza: “Dio è morto, Dio resta morto. E noi lo abbiamo ucciso”.
Il filosofo sottolinea così la trasformazione avvenuta nella modernità occidentale nella quale la scienza, la critica storica, la secolarizzazione hanno dissolto il paradigma di valori su cui si fondava l’orizzonte di senso delle relazioni umane: “Chi ci ha dato la spugna per cancellare l’intero orizzonte? Che mai abbiamo fatto, sciogliendo questa terra dalla catena del suo sole? Dov’è che si muove ora? Non è il nostro un eterno precipitare?”
Appare decisivo e drammatico, nel brano, che proprio gli uomini della folla, coloro che sono gli “assassini”, gli autori della morte di Dio, non capiscono le parole loro rivolte e la portata dell’evento.
L’uomo folle getta a terra la lanterna mandandola in frantumi e parla a sé stesso, “vengo troppo presto”: questo annuncio è troppo grande per i piccoli uomini del suo tempo, che non sono all’altezza né di comprenderlo né tantomeno di viverlo.
Per Nietzsche la reazione della folla è espressione di inconsapevolezza e di indifferenza rispetto al problema della verità e del senso, esprime l’incapacità di fronteggiare il riconoscimento del vuoto e del nulla che, nella visione del filosofo, chiede il coraggio di un oltreuomo creatore di nuovi valori.
Ci pare che la parabola dell’uomo folle e della morte di Dio possa toccare anche questo tempo di (perenne) trasformazione della Chiesa e il suo modo di vivere e dirsi nel mondo ma più ancora provoca la nostra coscienza sul modo in cui guardare e coltivare l’interiore ricerca e desiderio di fede.
Il tempo, la storia (quella del mondo e la nostra personale) chiedono ogni momento modi nuovi, coltivati e profetici nel cercare, riconoscere e testimoniare il vangelo.
L’ingresso nella Settimana Santa
Ci domandiamo sempre, pensando innanzitutto a noi stessi, quale possa essere l’incomprensibile amore di Dio verso un’umanità così indifferente e stordita, che appare a volte solo e semplicemente cattiva.
Passerà ancora una volta tra noi il Signore: nella sera di un addio e di un testamento, nell’immagine sfigurata del Crocifisso, in un silenzio vuoto e interminabile, nella luce fredda di un mattino nel quale cercarlo, assente e misteriosamente presente.
Passerà ancora nelle nostre città, come ogni giorno, con i suoi segni pasquali e ci troverà immersi nelle occupazioni quotidiane, nei nostri affetti e relazioni e anche tra le incomprensibili violenze, le guerre insensate, la politica misera…
Ci sembra di capire che lui conosca e ami proprio il nostro smarrimento e la nostra fragilità e chieda anche a noi di amarli e riconoscerli perché troviamo in essi la sua compagnia e dolcezza.