Un gruppetto di preti, che vanno in giro alla ricerca della bellezza, tanti anni fa. Don Sergio Colombo aveva trovato la citazione di un pittore in un libro che stava leggendo. Il pittore era Arcabas. I preti finiscono a St. Hugues de la Charetreuse...

Tutto è iniziato circa 30 anni fa quando don Emilio Brozzoni, fondatore della Comunità Nazareth, e un gruppetto di preti suoi compagni – tra i quali don Giuseppe Sala, don Sergio Colombo - decisero di festeggiare il 25° di sacerdozio organizzando un viaggio alla ricerca della bellezza. In giro per il sud della Francia, passarono dall’arte antica all’architettura più moderna, riempiendosi gli occhi e il cuore di Bellezza e di Amore. E poi, sulle tracce di un pittore di cui don Sergio aveva trovato una citazione in un testo che stava leggendo, finirono a St. Hugues de Chartreuse, paesino sconosciuto ai più, nel massiccio della Chartreuse (la grande, quella del film “il grande silenzio”) per vedere una chiesetta. Davvero bruttina e insignificante, fuori. Ma dentro si spalancò davanti ai loro occhi la magia della fede fatta arte. Della fede che crea l’arte in un modo tale da passarti i suoi messaggi direttamente dagli occhi al cuore. Un miracolo, opera di un pittore sconosciuto da noi e anche pochissimo conosciuto in Francia, tanto che per trovarlo dovettero impazzire, tra lettere e telefonate e ricerche ovunque. E per fortuna di telefonata in telefonata, senza mai mollare, don Emilio ebbe infine dal Vescovo di Grenoble un numero di telefono. Quello di Jean Marie Pirot, detto Arcabas.
Don Emilio Brozzoni trova il telefono di Arcabas
Gli telefonò e rispose una donna, Jacqueline. Che ascoltò educatamente, garantì che avrebbe riportato ogni cosa a suo marito, Arcabas, e sentito che questi italiani volevano incontrarlo, diede indicazioni su come raggiungerlo, a St. Pierre, a poche centinaia di metri in linea d’aria dalla chiesetta di St. Hugues; e prese nota della data. Quando, il giorno fissato, dopo aver visitato la chiesa, arrivarono alla casa di Arcabas, don Emilio si innamorò perdutamente delle opere del pittore che invece, da parte sua, si incuriosì da morire sentendo parlare delle “cose” che AEPER (la realtà nata dalla Comunità) faceva a Bergamo.
Quando don Emilio gli disse che stavano costruendo a Torre de’ Roveri una casa per la Comunità e che il cuore di quella casa sarebbe stata una piccola chiesa e che in questa piccola chiesa egli avrebbe sognato una piccola opera di Arcabas, la risposta fu: ne sono onorato. Bastò uno sguardo tra questi due uomini perché nascesse un’amicizia fatta di comprensione, di rispetto, di ammirazione reciproci. Che è cresciuta sempre più.
Nasce la chiesa della Risurrezione
I preti italiani tornarono a casa e la vita continuò come sempre, tra le varie incombenze e, per don Emilio, anche un cantiere aperto. E poi un giorno, poco tempo dopo, suonò il campanello e, aperta la porta, Emilio si trovò davanti Jacqueline e Arcabas, che erano venuti a vedere con gli occhi e a toccare con mano quella realtà magnifica che era stata loro illustrata. Vennero subito chiamati don Giuseppe e l’architetto Pedrini, che stava lavorando al progetto della piccola chiesa: e si misero tutti a tavolino, discutendo e soppesando e guardando e analizzando e approvando e dubitando e cambiando e confermando e tutti i gerundi che servivano. Alla fine Arcabas si guardò in giro (gli artisti sanno vedere al di là, sanno vedere con chiarezza anche quello che ancora non c’è) e muovendo una mano sul niente che sarebbe diventato poi una grande parete, disse: qui metterò una grande Resurrezione, perché questa sarà la chiesa della Resurrezione.

E così la chiesa è nata ed è davvero il cuore della Comunità. Per entrarci occorre spingere una pesante porta in metallo le cui maniglie sono dei pesci (nelle altre porte è un cerchio o sono ali di angeli) e lasciarci guidare dalle piastrelle che Arcabas ha decorato con ali d’angelo stilizzate per accompagnarci, per farci accompagnare, verso il piccolo presbiterio circolare dove la Trinità c’è ma bisogna saperla trovare. E se la colomba dello Spirito Santo ha il suo posto proprio sul soffitto sopra l’altare, come nelle chiese antiche, e Gesù è rappresentato dalla croce che Arcabas mandò grezza (e che dovette essere dorata più volte, prima che all’artista andasse bene la tonalità dell’oro antico), Dio Padre non c’è, non pare almeno…Ma Arcabas ha aperto una piccola finestra rotonda (il cerchio, simbolo di perfezione) nella parete abisdale, e da lì entra la luce, entra la Luce. Quella stessa luce che venne divisa dalle tenebre e che viene portata dal sole, che è vita e che era già entrato nel grembo di una fanciulla in un quadro nel salone della casa di Arcabas.

Ci guardiamo intorno e scopriamo che la chiesa ha la forma di un abbraccio, che accoglie e avvolge e consola e coccola e protegge e sostiene. Per questa chiesa speciale Arcabas realizzò davvero tutto: dall’altare (un cubo della pietra scelta dall’artista) all’ambone con le lacrime, al candelabro identico a quelli di St. Hugues, al tabernacolo murato sul fondo, alla piccola nicchia lì accanto, alla sedia del celebrante e al cuscino che la riveste, ai paramenti…
E poi fece le sedie, come le fanno i falegnami, semplici e squadrate. Se non fosse per le croci nei fianchi: una sporgente e una rientrante, e allora quando mi siedo accanto a te, la tua croce entra nel mio cuore e la mia nel tuo. E ancora…dovrei continuare fino a domani.
I quadri

La Resurrezione, quello più grande, magnifico, che Arcabas decise da subito, alla sua prima visita, non rappresenta un Cristo che trionfante sorge dal sepolcro. Non lo si vede nemmeno, il Cristo, se non per le forme che stanno al centro. Perché Arcabas sognava, come don Emilio, una resurrezione per ciascuna delle persone che si affidano ad AEPER, ma anche per ogni persona, per te e per me. Con quell’angelo possente, in grado di scoperchiare quel sepolcro, e la sua compagna, un angelo-fanciulla dolce e delicata che pare parlare muovendo le mani e con quel gesto riesce a dire alle donne che l’incredibile, l’impensabile, l’impossibile è avvenuto. Che nessuno deve più cercare tra i morti colui che è vivo.
La Trasfigurazione, con Gesù che diventa la sua stessa gloria, la sua stessa luce. Che ci dice che Gesù è stato uomo per amore e che dobbiamo davvero impararle a vederlo in ogni uomo, donna o bambino che incrociamo nella nostra vita. Anche in quelli che sembrano tutto meno che Gesù… E intorno alla forma a croce che racchiude Gesù trasfigurato e i suoi amici, troviamo i volti delle persone che hanno permesso la realtà di AEPER o che l’hanno sostenuta e aiutata, gli amici di AEPER, che avranno sempre un posto in questa chiesa e nel cuore di tutti.
E poi l’Annunciazione, con un angelo preoccupatissimo e una Miriam, Maria, straordinaria nella sua dolcezza, bellezza e semplicità. E nella sua Fede immensa e totale. La ritroviamo, questa fanciulla, anche in una delle facce di “Nazareth”, che racconta e insegna e invita. E la troviamo anche mentre porge al nostro sguardo il suo bambino, e ci consiglia di seguirlo, di ascoltarlo, di amarlo. La Mamma del Buon Consiglio, che conservava nel suo cuore ogni singolo istante della vita del suo Gesù, che è stata la sua discepola, ora può consigliare noi, ogni volta che ci rivolgiamo a lei.
Poi ci fermiamo un istante, in raccolta ammirazione, davanti al polittico che ci mostra Gesù che entra in Gerusalemme, seguito dagli osanna della folla, quella stessa folla che tra poco chiederà la salvezza per Barabba e la morte più ignominiosa per il figlio del falegname di Nazareth. E poi l’immagine di un Maestro che dopo essersi cinto i fianchi con un grembiule, si china davanti ai suoi amici per lavare loro i piedi, compito dei servi e di chi sa accogliere e amare ogni persona, al di là di ogni pregiudizio e di ogni giudizio. Ancora, le mani di Gesù che dopo aver lavato i piedi ai discepoli, spezzano del pane e versano del vino, offrendo con essi la sua stessa vita. Per finire con la straziante scena del tradimento di Giuda, accettato da Gesù che perdona colui che lo consegna ai soldati, lo consegna alla croce. Colui che, invece, non saprà chiedere il perdono, e sarà sopraffatto dal rimorso e dalla disperazione, certo di non poter più vivere.
Emmaus

I discepoli di Emmaus siamo noi, tutti noi. Che camminiamo per le strade della vita e ci succede di non capire, di non riconoscere, di non comprendere. Che ci dimentichiamo, ogni tanto, che l’Amore di Dio è penetrato in profondità nel grembo della terra, portando la luce dove c’erano le tenebre e spargendo il Verbo, la Parola, attorno a se, perché possiamo attingere ad essa come alla sorgente della vita. Che dentro di noi sappiamo che chi ci sta accanto, ma anche chi incrociamo per la prima volta, ci può insegnare qualcosa e allora lo invitiamo a stare con noi. Resta con noi, Signore. Perché si fa sera. Che dobbiamo imparare, capire col cuore più che con la mente, che quel pane spezzato è la salvezza dell’umanità. Che da quel pane spezzato e dalla sua condivisione, e solo da questi, può rinascere l’armonia che il Signore aveva voluto per tutto il creato, che il Signore vuole sempre per tutto il creato. E alla fine ci alzeremo anche noi di fretta, rovesceremo la nostra sedia, correremo fuori, in una notte illuminata a giorno dalle stelle, per rincorrerlo e raggiungerlo. Gesù, magari sotto forma di qualcuno che non ha più nulla per cui valga la pena di vivere.
Questo, tutto questo e altro ancora, è nato dal genio con le radici nella fede di un artista straordinario come Arcabas. Ma tutto questo non sarebbe nato, se un prete povero e non compreso e allontanato non avesse creduto non “solo” nella propria fede ma anche nella Bellezza, capace di parlare al cuore delle persone. Se non avesse creduto fino in fondo nell’amicizia, anche quella che sa germogliare tra persone che non si conoscevano e che vedono le loro vite intrecciarsi, magari guidate da un angelo messaggero. Se non avesse trovato nel proprio cuore uno spazio prezioso per l’amico, uomo di fede e artista, fino a correre da lui, facendo un viaggio lungo e pesante per poterlo abbracciare e consolare il giorno dopo la morte della moglie, per poi ripartire dopo pochi minuti per non disturbare. Fino a rifare lo stesso viaggio per dare l’ultimo saluto al suo amico, che lo chiamava “mon frère”. Era meraviglioso vederli insieme: si capivano con gli occhi, senza bisogno di parole.
