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Uno stato binazionale in Palestina?

 

Netaniahu sta imponendo la sua soluzione, costosissima in risorse ma soprattutto in vite umane. I Due Popoli Due Stati resta di difficile attuazione. Ci sarebbe una terza via...

 

La soluzione di Netaniahu e quella dei Due Popoli Due Stati

Sono almeno tre le strade che Israele può percorrere per sistemare in modo stabile e definitivo le proprie relazioni con il mondo arabo e palestinese. Tutte e tre presuppongono, si intende, la distruzione politico-militare di Hamas.
La prima è quella che Netanyahu sembra perseguire in questo momento: infiltrare di coloni in modo massiccio e pervasivo la Cisgiordania, rendere impraticabile il governo territoriale dell’Autorità nazionale palestinese, istituire d’accordo con qualche soggetto arabo-palestinese – magari la stessa ANP - un’autorità di governo a Gaza, ridimensionata territorialmente e totalmente smilitarizzata.

La seconda strada è quella del “Due popoli, Due Stati”, sulla quale insistono Francesi, Inglesi e Tedeschi. Quale che sia la forma istituzionale concreta che essa debba assumere, al momento il parlarne indica soltanto, almeno da parte europea, la necessità di un riconoscimento delle ragioni arabo-palestinesi, senza ulteriori specificazioni. Impossibili, anche perché, se la strada appare a prima vista la più intuitivamente percorribile, si fa ormai fatica a trovare chi ci si voglia incamminare. Non i Palestinesi. A Camp David, tra l’11 e il 24 Luglio 2000, il capo del governo israeliano Ehud Barak aveva offerto ad Arafat uno Stato palestinese nella Striscia di Gaza e in gran parte della Cisgiordania, il ritorno di un limitato numero di profughi e un indennizzo per gli altri in cambio della demilitarizzazione dello Stato palestinese e dello smantellamento dei gruppi terroristici. Arafat rifiutò l'offerta di Barak, ma non fece controproposte.
Il fallimento di Camp David segnò anche la sconfitta dello schieramento israeliano favorevole a “Due popoli, Due Stati”. Prevalse definitivamente, dopo oscillazioni, il rifiuto israeliano della seconda via. Perciò, neppure gli Israeliani.

Uno Stato federale binazionale

La terza strada è quella dello Stato federale binazionale. È sostenuta da intellettuali e attivisti israeliani, quali Avraham Burg, già presidente della Knesset, dagli accademici Ilan Pappè e Yeouda Shenhav, da uno specialista in questioni strategiche quale Yossi Alpher.

Il “Movement for a Federation” propone una struttura federale a cantoni, con dieci aree a maggioranza araba e venti ebraiche nella West Bank, e una cittadinanza estesa secondo un sistema federale. Tesi simili sono già state espresse dai noti intellettuali palestinesi Edward Said, negli anni Novanta, e Sari Nusseibeh. Il movimento “A Land for All”, prima denominato “Two States, One Homeland”, propone un modello confederale tra Israele e Palestina: due stati sovrani collegati tramite istituzioni condivise con cittadinanza incrociata e sovranità individuale. L’ebreo e filosofo americano Jerome M. Segal ha elaborato un suo modello tripartito molto complicato: Israele, uno stato arabo e uno stato binazionale con un governo confederale comune.
Nell’articolo che scrisse sul New York Review of Books nel 2003, intitolato “Israel: The Alternative", il grandissimo storico di origine ebrea Tony Judt sostenne che l’attuale Stato di Israele è “il risultato di un progetto coloniale arrivato in ritardo”. Il sionismo aveva adottato lo stesso schema ideologico dei movimenti nazionalisti europei della seconda metà dell’800, soprattutto nei Balcani: costruire uno Stato omogeneo sul piano etnico in Palestina, uno “Stato ebraico”. Questo assetto richiedeva insediamenti, parziale sostituzione demografica, costruzione di istituzioni politiche e militari e tensione politico-militare permanente con il contesto circostante, pertanto anche un aggetto “coloniale”. Il progetto sionista, che aveva senso dopo l’Olocausto, lo stava ormai perdendo.

Oltre lo Stato mono-etnico

Da quelle analisi Tony Judt non traeva la conclusione degli odierni Pro-pal occidentali, per i quali la Palestina doveva essere liberata “dal fiume al mare”, ma quella per cui occorreva superare l’antiquata forma dello Stato mono-etnico e mono-culturale, sostituendola con uno Stato binazionale federale sul modello belga o canadese o svizzero...

Non l’abolizione di Israele, ma del modello sionista di organizzazione dello Stato e della democrazia di Israele. Perciò: una cittadinanza comune, in forza della quale i membri godono di eguali diritti politici, indipendentemente da etnia, lingua o religione; il riconoscimento e la tutela di ciascuna comunità nazionale; una struttura federale sovrana e unica per istituzioni - parlamento, governo, sistema giudiziario – per moneta, per politica estera, per difesa. Concretamente, Israele, Cisgiordania, Gaza devono far parte di questa entità territoriale unica. Come a dire: uno Stato può/deve comprendere più nazionalità.
Solo sogni? Quel che è certo è che la via militare, oggi necessariamente praticata contro Hamas, non può essere una politica permanente, non solo per i suoi tragici costi umani. Essa non è in grado di pacificare il Medioriente.

 

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