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Nessuno si salva da solo. A proposito della relazione del Governatore della Banca d’Italia

Governatore Banca Italia

 

C’è un filo che attraversa tutto il discorso che Fabio Panetta ha tenuto il 29 maggio scorso, un filo sottile ma ostinato: l’idea che l’Italia debba dimostrare qualcosa. Quando un Paese deve “dimostrare”, qualcuno si è già messo a fare il giudice. La resilienza non è un algoritmo: è un atto comunitario. L’economia è un mezzo: la dignità è il fine

 

Il verbo che pesa: “dimostrare”

In questi giorni abbiamo assistito a un coro quasi unanime di lodi, da destra e da sinistra, alla relazione annuale del Governatore della Banca d’Italia. Io, invece, vorrei leggerla da un’altra angolatura: non quella dei grafici, ma quella delle persone.

C’è un filo che attraversa tutto il discorso di Panetta, un filo sottile ma ostinato: l’idea che l’Italia debba dimostrare qualcosa. Dimostrare di saper crescere, di saper innovare, di saper trasformare la resilienza in produttività. Ma ogni volta che un popolo deve dimostrare qualcosa, significa che qualcuno si è già seduto sullo scranno del giudice.

E allora, prima di parlare di economia, parliamo di comunità. Perché un Paese non è un algoritmo: è un corpo vivo, fatto di mani che lavorano, di fragilità che resistono, di legami che non si spezzano.

La resistenza non nasce nei modelli

Panetta racconta un’Italia che ha resistito: pandemia, energia, tassi, geopolitica.
È vero: abbiamo resistito. Ma  la resistenza non nasce nei modelli economici. Nasce nelle case, nei turni massacranti, nelle famiglie che hanno fatto i conti con bollette impossibili, nei lavoratori che hanno tenuto aperto il Paese mentre tutto chiudeva. Nasce nei quartieri, nelle reti di prossimità, nei volontari, nelle parrocchie, nei servizi pubblici stremati ma ancora in piedi.

È lì che l’Italia ha tenuto, non nei grafici. E allora, quando oggi ci viene detto che la resilienza “non basta più”, la domanda non è economica: è morale.

Produttività: idolo o strumento?

La produttività è importante, certo. Ma non è un idolo. Non è il vitello d’oro davanti al quale inginocchiarci. La produttività è uno strumento, non un destino.

E ogni volta che la trasformiamo in un fine, c’è qualcuno che finisce sacrificato sull’altare dell’efficienza: il lavoratore anziano, la madre sola, il giovane precario, la piccola impresa che non regge la competizione globale.

Tecnologia senza comunità diventa selezione

Panetta parla di intelligenza artificiale come leva per la crescita. Ma la tecnologia, senza comunità, diventa selezione. E la selezione è l’opposto della dignità.

La tecnologia libera solo se nessuno viene lasciato indietro: né i giovani costretti a emigrare, né gli anziani esclusi dal digitale, né le imprese senza capitale, né i territori dimenticati dalle infrastrutture.

La “tassa geopolitica” la pagano le famiglie

Parla dell’energia come di una “tassa geopolitica”. È vero.

Ma quella tassa non la pagano i mercati: la pagano le famiglie che devono scegliere tra riscaldare la casa o riempire il frigorifero. E questa non è una variabile tecnica: è una ferita comunitaria.

Il tempo non si compra: si custodisce

Parla del PNRR come di tempo “comprato”. Ma il tempo, nella nostra tradizione civile, non si compra: si custodisce.

E custodire significa mettere al centro chi rischia di essere scartato. Perché una comunità non si misura da quanto produce, ma da chi non abbandona.

La Repubblica non è un ricordo: è un patto

Nella parte finale Panetta richiama la Repubblica. Domani si ricordano gli 80 anni della Repubblica italiana. E Panetta afferma che la Repubblica è cooperazione, storia. È un richiamo giusto.

Ma la Repubblica non è un ricordo: è un patto. E un patto vive solo se nessuno viene sacrificato per far quadrare i conti.

Rovesciare la prospettiva

Vorrei allora chiudere con un rovesciamento semplice ma decisivo: non è il Paese che deve dimostrare di essere all’altezza dell’economia. È l’economia che deve dimostrare di essere all’altezza della dignità del Paese.

Un Paese cresce davvero solo quando cresce la sua comunità. Quando riconosce che la Repubblica è res publica, la cosa di tutti, il cui fine è il bene comune. Quando la tecnologia non sostituisce, ma sostiene. Quando la produttività non schiaccia, ma libera. Quando il lavoro non è una variabile, ma una vocazione. Quando il futuro non è un premio per pochi, ma una casa per tutti.

Ascoltare, accompagnare, riconoscere

E allora basta con la retorica del “fare di più”.

Il Paese non deve dimostrare nulla. Sono  coloro cui è stato affidato il compito di governare che devono dimostrare.

Le persone devono essere ascoltate, essere riconosciute.

Perché l’economia è un mezzo. La comunità è il fine.

E nessuno si salva da solo, nemmeno nell’economia.

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